Il 18 giugno prossimo si svolgerà la prima prova scritta del «nuovo» esame di Maturità per gli studenti del quinto anno delle scuole superiori. Si tratta in realtà di un esame che rappresenta per molti versi un ritorno al passato, a partire dalla sua stessa denominazione (esame di Maturità, come accadeva un tempo), al posto di quella finora vigente (esame di Stato) e con la prova orale centrata su quattro discipline individuate nuovamente dal Ministero, con l’obiettivo di verificare «l’acquisizione dei contenuti e dei metodi propri di ciascuna disciplina, la capacità di utilizzare e raccordare le conoscenze acquisite e di argomentare in modo critico e personale» (DM 13/2026).
Nella precedente versione la prova orale era basata su un colloquio impostato in modo interdisciplinare finalizzato a valutare la capacità dello studente di cogliere i nessi tra i diversi saperi e accertare il conseguimento del profilo educativo, culturale e professionale. Ora invece scompare ogni riferimento al collegamento tra le discipline con il rischio che la prova orale venga svolta per compartimenti stagni.

Ma l’aspetto più problematico riguarda la fase valutativa del colloquio che – in base a quanto stabilito dal Ministero – si baserà tenendo conto di quattro indicatori: acquisizione dei contenuti e dei metodi delle quattro discipline; capacità di utilizzare e raccordare le conoscenze acquisite; padronanza lessicale e semantica, anche con riferimento al linguaggio tecnico e/o di settore (eventualmente anche in lingua straniera; capacità di argomentare in modo critico e personale; grado di maturazione personale, di autonomia e di responsabilità raggiunto al termine del percorso di studio. Per ognuno di questi indicatori è previsto un punteggio da 1 a 5 in base al livello di padronanza valutato dalla commissione d’esame.
Particolarmente problematica appare la valutazione del quarto indicatore riguardante il grado di maturazione personale, di autonomia e responsabilità raggiunto dagli studenti e dalle studentesse al termine del ciclo scolastico. La valutazione della «maturità» di una persona è una delle operazioni più complesse e difficili da effettuare e richiede competenze psicologiche e una conoscenza non epidermica del soggetto da valutare. Orbene, la commissione d’esame è formata da due docenti esterni e due interni e dal presidente, anch’esso esterno. Quindi su cinque membri, tre sono esterni e in quanto tali vedono per la prima volta i candidati in sede d’esame e per 40-60 minuti durante il colloquio.
I docenti interni si presume che abbiano una conoscenza più diretta dei candidati, ma non necessariamente riferita all’intera durata del corso quinquennale. C’è da chiedersi quali competenze abbia un organismo valutativo così composto per decidere a quale livello di «maturazione» collocare i candidati all’interno della griglia proposta dal Ministero, se a livello 1 («Ha raggiunto un grado di maturazione molto parziale e un livello di autonomia e responsabilità incompleto», punti 0.50-1) o a livello 5 («Ha raggiunto un elevato grado di autonomia e maturazione personale; sa gestire responsabilità significative in modo esemplare per gli altri», punti 5), o nei livelli intermedi.
Quali evidenze empiriche possono esibire i commissari (in particolare quelli esterni) per giustificare la loro valutazione? Non c’è il rischio di una valutazione fin troppo impressionistica o superficiale o semplicemente burocratica? E d’altro canto, in assenza di descrittori correlati a comportamenti specifici riferiti all’intero percorso di studio, sorge il dubbio che si pretenda troppo dai commissari a cui viene chiesto di valutare aspetti che per loro natura presentano una complessità e un livello di formazione specialistica non riscontrabile nella loro ordinaria preparazione. C’è il sospetto che chi ha elaborato quella griglia di valutazione si sia lasciato prendere la mano, oppure ha dimostrato una scarsa «maturità» in materia.




