Nuova legge elettorale: una soglia, tanti problemi

La riforma elettorale è una delle priorità del governo e specificamente della Meloni, che vuole assicurarsi un meccanismo in grado di regalare a lei e alla sua coalizione altri cinque anni di permanenza a Palazzo Chigi dopo la fine di questa legislatura. Tuttavia, in questo campo i dettagli sono importantissimi e spesso hanno risvolti politici di primo piano.
Si discute sulla quota alla quale assegnare il premio (40%), su cosa succede se al Senato vince un polo e alla Camera l’altro, sulle preferenze ma anche – cosa di un grande rilievo – sulla soglia di sbarramento per entrare a Montecitorio e a Palazzo Madama. Qui il problema politico è tutto a carico del destracentro, perché si rischia di sbagliare scelta e di pagare dazio.
Il dato innegabile ad oggi è che il tentativo di Forza Italia di agganciare Calenda per controbilanciare al centro la coalizione si scontra con l’incompatibilità di Azione con la Lega (a sinistra il leader romano ha lo stesso problema col M5s). Alla Meloni farebbe comodo conservare l’attuale assetto del destracentro, dando però a Calenda uno spazio per correre da solo: di qui l’idea di abbassare la soglia di accesso al Parlamento al 3%, permettendo ad Azione di non dover entrare nel centrosinistra, togliendo voti preziosi a Schlein e Conte e, di conseguenza, regalando all’attuale maggioranza un ulteriore bonus di vantaggio in voti sul «campo largo».
C’è però chi, fra i centristi della coalizione, pensa a far entrare Calenda al posto di Salvini, dando al polo conservatore un profilo più moderato e scontando la perdita dei voti leghisti con l’acquisto di quelli calendiani e con lo svantaggio causato al centrosinistra largo. In ogni caso, l’ipotesi di togliere Calenda alla Schlein passa attraverso queste due scelte: permettere ad Azione di arrivare in Parlamento correndo fuori dai poli o inglobarla nella coalizione (al prezzo, però, di mettere fuori la Lega).
Introdurre una soglia del 3% è la soluzione per assicurarsi queste due opzioni favorevoli a chi oggi governa il Paese, però da qualche settimana sta emergendo una potente controindicazione. In primo luogo, non è detto che – avendo a disposizione il 3% per la corsa solitaria – Calenda entri in un polo col quale ha poche affinità; in secondo luogo, se Azione restasse fuori, il destracentro potrebbe trovarsi a subire gli effetti della scissione a destra fatta da Vannacci (con la nascita di un nuovo partito che può avvicinarsi al 3% o superarlo).
Non dimentichiamoci che il generale ha avuto cinquecentomila voti di preferenza, cioè il 2% dei votanti, alle Europee; quindi, non è poi così impossibile vedere un suo soggetto politico raggiungere il 3%. In questo modo la Lega finirebbe al 5%, con risvolti politici oggi non prevedibili, ma che sicuramente impatterebbero sulla coalizione; inoltre, tutto il peso di quel 40-45% da raggiungere sarebbe sulle spalle di Fratelli d’Italia (circa 30%) accompagnata da FI e moderati (circa 8-9%) e da una Lega indebolita.

Si rischierebbe un pareggio col «campo largo» o, addirittura, una sconfitta di misura come accadde (per 24mila voti) a chi (proprio a destra) nel 2005 aveva appena cambiato la legge elettorale per impedire al centrosinistra di vincere le elezioni del 2006. Non è detto poi che del 3% di Calenda tutto resti fuori dai poli: una parte degli elettori di Azione proviene dal centrosinistra e potrebbe tornarci.
Una soglia di sbarramento alta servirebbe a Salvini per impedire a Vannacci di avere seggi in Parlamento e compatterebbe una coalizione che potrebbe trovarsi di fronte alle politiche un «campo largo» più coeso e competitivo che nel 2022 (quando c’erano centristi da soli, Pd e Avs idem e M5s per conto suo).
Alla Meloni un Salvini «azzoppato» dall’uscita di Vannacci creerà problemi, come si diceva in precedenza: è difficile avere nemici a destra, per di più spostando l’asse verso il centro agganciando Calenda; un’agguerrita area sovranista, antieuropeista e di estrema destra capace di insidiare anche alcune frange dell’elettorato di FdI può danneggiare la premier. Insomma, la legge elettorale fa la differenza perché è in base ai meccanismi (le soglie, per esempio) che i partiti corrono da soli o in coalizione.
È la normativa più tecnica che esista, ma anche la più politica: la vera regola del gioco che può cambiare tutto. La Meloni dovrà riflettere, prima di riformarla (anche perché lo deve fare: quella attuale potrebbe negarle la maggioranza dei seggi).
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