Opinioni

La variabile Vannacci e l’incognita legge elettorale

Poco o tanto, che il generale totalizzi alle prossime elezioni politiche sancirà comunque una sottrazione di voti al centrodestra
Roberto Chiarini

Roberto Chiarini

Editorialista

Roberto Vannacci - Ansa © www.giornaledibrescia.it
Roberto Vannacci - Ansa © www.giornaledibrescia.it

L’esperienza di questi ultimi trent’anni di bipolarismo, per quanto zoppicante, ci ha insegnato che una maggioranza non viene azzoppata dall’opposizione. Se cade è per le sue beghe interne. Così è stato per il centrodestra. La prova al governo di Berlusconi si interrompe nel 1994, causa la secessione della Lega di Bossi. Idem per il centrosinistra. D’Alema premier lascia nel 1998 per l’uscita dalla maggioranza dell’UDR di Buttiglione e Mastella. Ne ha fatto le spese anche Prodi, ben due volte: nel 1998 con l’abbandono della maggioranza di Rifondazione comunista di Bertinotti e di nuovo nel 2008 con la defezione dell’Udeur di Mastella.

Tutto lascia intendere che con la fuoriuscita dalla Lega Vannacci, anche se nell’immediato non ha la forza di affossare la maggioranza, sta già addensando fosche nuvole sul suo orizzonte che potrebbero scatenare più avanti una bufera. Poco o tanto, che il generale nostalgico della X Mas totalizzi alle prossime elezioni politiche - un misero 1% o un tondo 4%, come lui spera - sancirà comunque una sottrazione di voti al centrodestra che potrebbe sanzionare la sua sconfitta nelle urne del prossimo anno. Renzi, che stupido non è (e, purtroppo per lui, anche nemmeno troppo simpatico agli elettori e agli stessi compagni d’avventura), ha prontamente colto l’opportunità che si apre per il centrosinistra. Intendiamoci, viviamo in tempi in cui è difficile prevedere quel che accadrà il giorno dopo, figuriamoci l’anno dopo.

Le variabili sono troppe: rendono ogni previsione un azzardo. Meglio accontentarsi di disegnare gli scenari che possono uscire da questo prevedibile smottamento del centrodestra. Può darsi che tutto si risolva in una bolla di sapone, come è stato per Gianfranco Fini quando nel 2010 uscì dal Polo della libertà. Era tra i leader più popolari e alla fine col suo Futuro e libertà raggranellò meno dell’1%. Può darsi diversamente che gli elettori scontenti del moderatismo della Meloni, che i sondaggisti calcolano in un 10%, non aspettino altro che di traslocare nel Futuro nazionale. Il quadro politico ne uscirebbe allora destabilizzato.

Per quanto Vannacci cerchi di parare le mani avanti dichiarando sin d’ora di non voler rompere con il polo di destra, sarà difficile che questo istituisca una qualche forma di collaborazione con lo scissionista. Il centrodestra dovrebbe allora correre ai ripari.

L’alternativa che si aprirebbe davanti alla Meloni sarebbe o di attuare una rincorsa a destra o di cercar di recuperare voti al centro. Nel primo caso punterebbe a togliere il terreno sotto i piedi a Futuro nazionale, nel secondo a compensare gli elettori persi a destra con dei nuovi tra i moderati. In entrambi i casi, sarebbe una scommessa comunque rischiosa. Nella prima ipotesi potrebbe registrare un fallimento: non sarà facile per la premier trattenere gli elettori di destra scontenti del suo stile di buon governo alla Draghi - europeista, antiputiniano, rigoroso nei conti - dall’abbraccio con chi guarda al modello Putin. Meloni potrebbe franare al centro senza riguadagnare spazi a destra. Nel secondo caso rischierebbe di non fare breccia tra i moderati.

È un campo, questo, cui guardano in molti: Calenda, Renzi, l’ala riformista del Pd. Riusciranno i nostri eroi (?) di destra nell’impresa di compensare la sottrazione di voti a destra con un guadagno al centro? Molto dipenderà dalla legge elettorale, se cioè la soglia per ottenere una rappresentanza parlamentare sarà resa invalicabile o meno a Futuro nazionale. Gli eserciti nel frattempo si sono già mobilitati. È imminente la resa dei conti. Il clima politico s’è fatto ancor più arroventato. L’unica certezza è che ci aspetta un’infuocata campagna elettorale, per di più lunga tutto un anno.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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