Opinioni

Da Nico Williams a Tarele «Litaliano», storie di migranti a lieto fine

Il deserto è un ostacolo insidioso per i migranti che, dall’Africa sub-sahariana, risalgono verso nord con l’obiettivo di tentare la traversata del Mediterraneo
Romina Gobbo

Romina Gobbo

Commentatrice

Nico Williams: l'abbraccio col principe Felipe dopo la vittoria del Mondiale - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Nico Williams: l'abbraccio col principe Felipe dopo la vittoria del Mondiale - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Avevano deciso di affrontare il difficile viaggio attraverso il deserto del Sudan per dare un futuro ai loro figli, impossibile nel Paese devastato da quattro anni di conflitto. Ma non ce l’hanno fatta. Trentatré cadaveri – per lo più donne e bambini - sono stati ritrovati accanto al bus in avaria, bloccato tra Mellit, nel Darfur settentrionale, e lo Stato del Nord. Come loro, tanti altri. Il deserto è un ostacolo insidioso per i migranti che, dall’Africa sub-sahariana, risalgono verso nord con l’obiettivo di tentare la traversata del Mediterraneo e raggiungere Italia o Grecia. C’è chi viene inghiottito da quel deserto, sepolto dal «mare di sabbia». C’è chi viene ghermito da trafficanti, jihadisti e criminali di vario genere.

Qualche volta qualcuno ce la fa. Come Felix e Maria, genitori del calciatore spagnolo Nico Williams, campione del mondo 2026, partiti dal Ghana a piedi verso la Spagna attraverso l’inferno del Sahara, soprattutto per Maria, che aveva affrontato quel cammino incinta del fratello maggiore di Nico, Iñaki, oggi anche lui calciatore, ma nella squadra del Ghana. Dopo aver superato la recinzione di Melilla, l’altissimo confine che separa l’Africa dall’Europa, erano finalmente approdati a Bilbao, nei Paesi Baschi, dove hanno potuto ricominciare.

Dopo la vittoria sull’Argentina, Nico ha raggiunto la madre sugli spalti e le ha messo al collo la medaglia d’oro.

Perché quella vittoria è soprattutto merito suo, della sua pelle bruciata dal sole del deserto, dei suoi piedi a cui la sabbia bollente ha tolto sensibilità, e dei sacrifici di una vita. Gli ormai pluridecennali flussi migratori raccontano una complessità infinita. A partire dalla consapevolezza che il viaggio è l’unica chance. Ma se i soldi non bastano, si sceglie chi far partire.

Tareke Brhane, arrivato in Italia a 17 anni nel 2005, è oggi presidente del Comitato 3 Ottobre, organizzazione no-profit nata all’indomani del naufragio di Lampedusa del 3 ottobre 2013. Di origini eritree, senza la caparbietà di mamma, il suo destino sarebbe stato segnato: servizio militare a vita. Ma il progetto migratorio non sempre va a buon fine.

La tunisina Jalila Tamallah, attivista di Mem.Med, è la madre di Hedi e Mahdi Khenissi. Mentre racconta, i suoi occhi sono umidi. «Ho perso i miei figli il 30 novembre 2019, mentre cercavano di concretizzare i loro sogni. La sera del giorno in cui sono usciti di casa, hanno chiamato il padre, dicendogli: "Ci dispiace. Papà. Stanotte partiamo per l’Italia". Dopo, hanno staccato il telefono. E pensare che sarebbe stato facile per loro ottenere il visto per motivi scolastici. Ai miei figli non mancava nulla: erano sportivi, suonavano, giocavano a calcio. È un crimine voler partire per conoscere un altro Paese?»

La senegalese Yayi Bayam Diouf, dopo aver perso il figlio nel 2006 in un naufragio durante un tentativo di migrazione verso l’Europa, ha trasformato il lutto in un impegno civile che ha cambiato il volto del suo villaggio, Thiaroye-sur-Mer, alla periferia di Dakar. Da allora guida il Collectif des Femmes pour le Développement Intégré, una rete di donne che offre alternative concrete alla partenza: microcredito, formazione, pesca sostenibile, piccole imprese locali. Il suo lavoro, riconosciuto dall’Onu, è oggi un modello africano di lotta alle cause dell’emigrazione.

Si chiamano Hedi, Mahdi, Mohamed, Bechir, Ou¬smane, Moussa, Aisha, Awa, Moustapha, Hamdi, Fedi, Rahman, Anas e Souhail, Wissem, Sajad, Latifa, Omar, Hamed, Wahid, Rahim, Abdelrahman, Araf, Hasib, Akef, Atiqullah, Golsum, Roquia, Zahra, Fereshthe… Sono figli e nipoti di chi ce l’ha fatta.

Dal 2013 al 2024 circa tre milioni di persone hanno attraversato il Mediterraneo per chiedere asilo in uno stato dell’Unione Europea. La maggior parte ha tra i venti e i venticinque anni. Il 60% è composto di uomini, il 20% di donne, e c’è un altro 20% di minori non accompagnati. Scarpe, salvagenti, vestiti strappati, giacche che galleggiano sul Mediterraneo, o emergono dalla sabbia, raccontano invece una storia diversa. Quella di chi non ce l’ha fatta. Oggetti. Quasi mai un nome.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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