Opinioni

Malinconia, il sentimento del vuoto da ascoltare

Oggi non è patologia anche se il termine nella sua etimologia mantiene ancora il significato di «nero», che rimanda allo stato d’animo oscuro capace di avvolgere tutto
Melencolia I, di Albrecht Dürer - Staatliche Kunsthalle di Karlsruhe
Melencolia I, di Albrecht Dürer - Staatliche Kunsthalle di Karlsruhe

La parola malinconia al solo pronunciarla fa un effetto strano. Sarà perché rimanda alla sua componente antica che fino al secolo scorso era più connessa alla malattia e indicava un quadro clinico ben definito che era quello della depressione.
Oggi la malinconia non è patologia anche se il termine nella sua etimologia mantiene ancora il significato di «nero» che rimanda allo stato d’animo oscuro capace di avvolgere tutto, quando incontriamo il «vuoto», cioè la perdita e l’abbandono, l’assenza di qualcosa o di qualcuno, il distacco dagli affetti vitali e più importanti.

Ippocrate diceva appunto che è «l’umore nero» capace di sconfinare nella depressione, anche se adesso lo intendiamo piuttosto come un sentimento crepuscolare. Assomiglia infatti quello star a guardare un tramonto, ad un acuto bisogno di silenzio che ci chiede il sole che scompare e a quella necessità di raccoglimento e di ascolto interiore. La malinconia allora non coincide con la depressione e neppure con la tristezza. È un sentimento dolce e tenero. È l’incontro con noi stessi e più ancora una conversazione bisbigliata e senza rumore.
Una specie di ritiro che non è esclusione dal mondo, quanto piuttosto la «convalescenza dell’anima», come diceva Eugenio Borgna che la sentiva «un percorso di purificazione del cuore» e quindi una cura. In una società rumorosa e convulsa, spesso ipertonica, il silenzio della malinconia chiede sosta e assomiglia a un ozio positivo che ci consentiamo, perché è riflessione, pausa benefica sui ricordi.

Ciò che affluisce alla coscienza con la malinconia la fa essere momento di bilanci, contatto col passato, incontro con la terra che si sostiene e rielaborazione del presente. Non è un tempo definitivo, ma provvisorio anche quando ci fa transitare sul terreno della solitudine e ci fa gravitare nella sofferenza. Ma non ha mai la dimensione della disperazione, tipica della malattia depressiva, quanto piuttosto ricolloca la speranza al suo posto dando un senso alle delusioni e alle illusioni che abbiamo incontrato.
Qualcuno potrebbe anche desiderare di fuggire da questo spegnersi di luce che attenua i colori e allunga le ombre, ma forse evitare la malinconia come malessere può rappresentare il modo che conosciamo per sottolineare il disagio e la paura del dolore. Di certo la malinconia è urlo o grido che ci richiede ascolto e ci impone di fermarci. Ma soprattutto è sosta creativa che può servire per accettare anche quello che sembra inaccettabile.
Sostare sul crinale della malinconia e assecondare il bisogno nascosto del tempo vuoto dell’indolenza, il tempo della noia e del «non fare», consente di rielaborare l’esperienza e preparare il cambiamento.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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