L’Ucraina è in stallo, ma continua a lottare

Cosa ci dice su un piano strategico la caduta di Vuhledar
Soldati della ventiduesima brigata dell'esercito di Kiev - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Soldati della ventiduesima brigata dell'esercito di Kiev - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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La caduta di Vuhledar, nel Donetsk meridionale, è l’ennesimo indice della pessima piega che la guerra ha preso per gli ucraini. Cittadina mineraria di 14mila abitanti (ora rimasti poco più di cento) Vuhledar è in posizione strategica tra il fronte orientale e quello meridionale (Zaporizhzhia) e li riforniva entrambi; situata su una collina, seguita da campi aperti, domina tutte le vie di comunicazione. Da qui è probabile che l’Armata russa entro fine ottobre miri a Kurakowe e Toresk, lasciando a una seconda fase la più grande Pokrovsk (sul punto di cadere già settimane fa).

I russi, dopo aver subìto gravi perdite in assalti frontali, hanno adattato la strategia e, forti di numeri soverchianti, aprono sempre di più le operazioni sul terreno, costringendo gli ucraini a tappare falle su distanze sempre maggiori: in pratica le forze di Mosca aggirano da Nord e Sud gli obiettivi, tagliando fuori da rifornimenti e rinforzi le unità di Kiev, che faticano anche a ripiegare. La tattica paga: le perdite russe, pur gravi, sono in costante diminuzione da settimane.

Si aggiunga che Zelensky adotta decisioni sgradite alle truppe: l’ultima è stata destituire il comandante della 72esima Brigata che pure ha difeso Vuhledar per due anni e mezzo, facendogli subentrare il suo vice, a cui è stata rifilata la peggior patata bollente.

L’Ucraina è in forte affanno (anche se continua a lottare): probabilmente le prossime settimane serviranno a creare una nuova linea difensiva lungo i corsi d’acqua a ovest di Pokrovsk; ma ogni linea è difficile da tenere perché l’aeronautica russa usa intensamente le micidiali bombe plananti da mezza o una tonnellata con cui spiana ogni struttura, restando fuori dalla portata della contraerea (e in tale ottica acquista non poco senso strategico la richiesta di poter controbattere coi missili occidentali) e anche il fuoco di artiglieria resta soverchiante, in un rapporto che è sempre almeno 5 a 1.

Non va meglio a Kremnimna, dove gli ucraini sono stati spinti di là dal fiume e neppure a sud di Kupiansk, dove i russi immettono nuove unità per tagliare in due lo schieramento ucraino a Pishane.

La «scommessa» dell’invasione del Kursk non ha pagato: Kiev vi impegna otto delle sue migliori brigate, inchiodate da settimane in un migliaio di km quadrati, mentre farebbero assai comodo sul fronte orientale. Putin, incassato senza troppi danni il «colpo» al suo prestigio, pare volersi occupare di Kursk in un secondo momento: intanto, però, vi ha schierato attorno settantamila soldati (contro trentamila ucraini), distogliendo qualche unità da Kharkiv, ma non dal Donbass.

Obiettivo del Cremlino è acquisire il maggior vantaggio possibile nel Donbass prima del voto per la Casa Bianca e delle piogge autunnali su cui conta invece Kiev. Putin ha fretta: ha annunciato un aumento del numero di militari in servizio (+14%) portandoli a 1,5 milioni e una crescita record del bilancio della Difesa che nel 2025 salirà a 135 miliardi di euro, il 6,3% del Pil, pari al 41% della spesa dello Stato, per scendere leggermente nel 2026 e 2027.

Intanto però svuota anche gli immensi depositi siberiani di carri armati e blindati, riattivati (se recuperabili) per la battaglia. Esaminando le foto satellitari si deduce che a questo ritmo tali scorte saranno esaurite a fine 2025, con in più tutte le pesanti difficoltà logistiche, visto che alcuni di questi depositi e fabbriche di riattivazione sono anche a 12mila chilometri dal fronte.

Molti anche in Ucraina vorrebbero se non un accordo almeno un cessate il fuoco: le scelte strategiche, come l’inutile e inconcludente controffensiva del giugno 2023, la ancora più feroce battaglia per Bakhmut, durata otto mesi (dopodiché da lì il fronte è avanzato si e no dieci km) e, soprattutto la mancata (e ormai tardiva, vista la percentuale di rifugiati all’estero) mobilitazione generale, han messo l’Ucraina all’angolo.

C’è da sperare che la Russia, che pure paga prezzi salatissimi, decida (o abbia bisogno) di fermarsi dopo aver messo le mani sulle intere province di Donetsk, Lugansk, Kherson e Zaporizhizhia. Meglio non pensare alle prospettive se le ambizioni andassero oltre.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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