Opinioni

L’ombra dei droni russi, ma la minaccia è dal mare

Il ritorno delle forze di Mosca a Tartus in Siria e Tobruk in Libia rappresenta il vero dato preoccupante
Massimo Cortesi

Massimo Cortesi

Editorialista

Un sottomarino russo nella base di Tartus, in Siria
Un sottomarino russo nella base di Tartus, in Siria

Il quotidiano spagnolo El Mundo, rilanciando un avvertimento Usa, paventa possibili attacchi russi con droni dal Mediterraneo sui Paesi Nato costieri, ma non c’è alcuna conferma dalle difese europee. Lo stesso ministro Crosetto ha smentito la minaccia, sottolineando che non c’è alcuna evidenza.

Piccoli velivoli

L’ipotesi era anche tecnica, perché secondo El Mundo verrebbero impiegati droni Gerbera: indicazione che rende plausibile l’annuncio, perché di tratta di droni leggeri, semplici e lanciabili dal ponte di qualunque mercantile da una piccola rampa. Assemblato in migliaia di pezzi al mese in resine e compensato nell’area russa di Alabuga, questo drone (copia semplificata del Geran 2) costa poche migliaia di dollari e utilizza componentistica cinese. Lungo 2 metri, ha un’apertura alare di 2,5 ed è propulso da un’elica posteriore e un motore termico.

Raggiunge i 160 km/h percorrendo tra 300 e 600 km a seconda del carico: carico che può essere qualche kg d’esplosivo (circa 5), una telecamera o un rilevatore di emissioni elettromagnetiche, o non esserci affatto, se, come quasi sempre, l’economico Gerbera viene lanciato in gran quantità a inizio offensiva per saturare le difese aeree, che non possono distinguere tra droni inerti o armati. Era un Gerbera anche il drone abbattuto in Lituania da un nostro Eurofighter lo scorso 15 settembre.

La pressione

Mosca, però, non ha reale necessità di testare le nostre difese (ne conosce bene consistenza e dislocazione). Semmai, nel quadro della guerra ibrida che conduce con efficacia contro i Paesi europei, mira a mantenere alto, diffondendo notizie «allarmanti», il livello di confusione, timore e, soprattutto, del dissenso nell’opinione pubblica. Le «armi» sono capillari e vanno da migliaia di notizie e commenti diffusi da falsi profili sui social network al coinvolgimento (prezzolato o meno) di vari stakeholders.

Non avendo per ora conseguito i successi sperati in Ucraina, Putin punta a indebolire sulla distanza la coesione dei Governi europei, sottoposti alla pressione di un’opinione pubblica alle prese con crescenti difficoltà economiche. E mantiene, senza sparare un colpo, in un costoso e logorante stato di allerta le forze armate dei 27. Un braccio di ferro estenuante, potenzialmente molto più pericoloso per i Paesi democratici, ma non privo di rischi in prospettiva anche per la società russa, convertita alla produzione da tempo di guerra, a discapito del benessere sociale e col sistema petrolifero costantemente sotto attacco.

I resti di un drone russo - Foto Epa/Sergey Dolzhenko © www.giornaledibrescia.it
I resti di un drone russo - Foto Epa/Sergey Dolzhenko © www.giornaledibrescia.it

Riarmo marittimo

Il «sistema» funziona: lo dimostra ad esempio l’enfasi mediatica data a una notizia tutto sommato poco credibile come quella dei droni dal Mediterraneo, mentre quasi nessuno ha speso righe per commentare il ritorno di armamenti pesanti russi nel porto siriano di Tartus (su quattro navi) e in quello libico di Tobruk (tre navi) destinati ai mercenari dell’Africa Corps di Mosca ma anche all’Esercito Nazionale Libico di Haftar. In quello che una volta era il «mare nostrum» una minaccia assai più concreta per i nostri interessi nazionali.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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