Opinioni

Leone XIV, la lezione politica di un «impolitico»

È trascorso ormai un anno dall’ascesa al soglio pontificio del papa americano: un tempo sufficiente per trarre alcune considerazioni sulla sua presenza e sul suo operato
Paolo Corsini

Paolo Corsini

Editorialista

Papa Leone ringrazia i fedeli in San Pietro - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Papa Leone ringrazia i fedeli in San Pietro - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

È trascorso ormai un anno dall’ascesa al soglio pontificio di papa Leone: un tempo sufficiente per trarre se non proprio un bilancio, alcune considerazioni sulla sua presenza e sul suo operato. Non senza una preliminare avvertenza e cioè che sarebbe fuorviante leggere la sua figura sulla base di un prevalente confronto con papa Bergoglio la cui eredità comunque non può essere trascurata, solo a considerare il cumulo di speranze suscitate non solo presso la comunità ecclesiale, ma pure presso la più ampia cerchia di quanti hanno a cuore le sorti del mondo contemporaneo.

Molteplici sono i temi che si potrebbero evocare sotto vari profili: l’elaborazione teologica - la recentissima enciclica «Magnifica Humanitas» dedicata agli inquietanti interrogativi sollevati dallo sviluppo dell’intelligenza artificiale, ma pure alle sue promesse -, l’attività pastorale, le iniziative volte ad una stabilizzazione degli equilibri all’interno della Chiesa, la predicazione riguardante le dinamiche di una vita economica che sempre più alimentano disuguaglianze e penalizzano settori sociali alle prese con processi di marginalizzazione e con una esponenziale crescita della povertà. Non mancherà certamente l’opportunità per una riflessione ad ampio raggio.

Due gli aspetti del pontificato del Papa, americano per provenienza - gli Stati Uniti - e per l’apostolato svolto in Perù, sui quali intendiamo soffermarci: aspetti sui quali papa Leone è ripetutamente tornato - il dramma della guerra e la perorazione della pace -, nonché l’idea di democrazia proposta in occasione dell’incontro con i vertici del Partito Popolare europeo.

Ne emerge l’impegno per una Chiesa in grado di testimoniare concretamente la sua affezione per una umanità sconvolta dalle tragedie di conflitti devastanti, nonché l’interesse per lo sviluppo di una convivenza associata retta su ordinamenti e regole improntate alla rappresentanza e al rispetto della volontà popolare.

Quanto al primo punto Leone XIV non ha mai mostrato reticenza alcuna e neppure cautela. Semplicemente ha preso la parola denunciando col coraggio del Vangelo - «Io non ho paura» - il calvario cui interi popoli - in Palestina, in Iran, in Ucraina - sono sottoposti ed invocando profeticamente una pace «disarmata e disarmante» da opporre a quanti sono artefici di politiche di morte e di sopraffazione. Né il Papa ha esitato a chiamare per nome fatti e protagonisti, come nel caso delle repliche alle accuse assurde e persino blasfeme rivoltegli da Donald Trump, l’ateo devoto che si autorappresenta in modo sacrilego seduto sul trono di Pietro e vestito da Cristo.

Bagno di folla per papa Leone - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Bagno di folla per papa Leone - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Dunque un pontefice statunitense cui non può certamente essere imputato il risentimento del Sud del mondo nei confronti della superpotenza imperiale, un americano che prefigura un’altra America, un’altra possibilità per l’America se vorrà far tesoro dei suoi ammonimenti.

Nel contempo papa Leone dà continuità ad un magistero che per l’età contemporanea risale a Benedetto XV - la prima guerra mondiale «disastrosissima, un’inutile strage, il suicidio dell’Europa civile» - e poi trova sviluppo in Pio XII - «nulla è perduto con la pace, tutto può esserlo con la guerra» -, sino a Giovanni XXIII - la «Pacem in terris» del 1963 -, a Paolo VI che in visita all’Onu nel 1965 grida «Mai più la guerra», e a Giovanni Paolo II che leva la sua voce a fronte della guerra del Golfo. Per non dire di Bergoglio che porta alle conseguenze estreme il superamento della teoria della «guerra giusta». Dunque in papa Prevost il radicamento in una tradizione attualizzata, senza mediazioni, sine glossa si direbbe.

Quanto al secondo aspetto una valorizzazione della democrazia come «tesi», ricondotta direttamente al proprio fondamento, alla sua legittimazione nella volontà popolare: «Il popolo soggetto attivo, compartecipe di ogni azione politica». Anche in questo caso non un populista sudamericano - l’accusa del tutto confutabile sollevata nei confronti di Bergoglio -, ma l’esortazione ad una «ricostruzione democratica» come «antidoto al populismo, alla diminuzione di sintonia tra il popolo e i suoi rappresentanti» che «devono ricreare un tessuto di popolo» e, nell’era del trionfo digitale, «ritornare all’analogico», cioè «riconquistare le persone andando ad incontrarle personalmente» per intessere «una rete di rapporti con il territorio facendo comunità» in cui tutti si sentano coinvolti in un destino condiviso.

Una straordinaria lezione di politica da parte di un «impolitico» che attinge a piene mani alla radicalità democratica del Vangelo.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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