Nel mondo si contano sessantacinque guerre, mai così tante da dopo il secondo conflitto mondiale. I riflettori dell’opinione pubblica sono puntati su alcune, quelle che fanno più notizia nelle cronache che si rinnovano, ma tutte provocano guasti profondi. Si capisce perché il costante, tenace appello di papa Leone XIV a una cultura di pace, che inneschi una conseguente, coerente azione di smilitarizzazione degli stati e delle società, entri, a gamba tesa, sulle scelte che quotidianamente vengono assunte dai governi.
Già da subito, dalla scelta del nome, papa Prevost ha indicato la volontà di impersonare una Chiesa cattolica presente sugli scenari mondiali. Fin da questo suo primo anno di pontificato sta viaggiando con perseveranza, interpretando una seminagione di lungo periodo che si propone alle diverse latitudini. Le tappe in Spagna dei giorni scorsi hanno rappresentato un modello del primato religioso, da lui sempre rivendicato, che si innesta nella passione civile, che ne è la diretta emanazione.
I capi della politica presenziano al suo farsi promotore del messaggio cristiano, poi continuano nei loro distanti cammini, presentati come realismo politico dell’oggi, altra cosa rispetto a quella che viene indicata come una utopia messianica. Fa scuola a parte il ripetuto, aperto e pubblico attacco al pensiero papale del presidente Usa Donald Trump. Lo considera alla stregua di un pericoloso nemico politico, da contrastare e isolare fin dal suo proprio versante religioso. Quindi è incline a suscitargli avversari anche all’interno della cattolicità.
Come andrà a finire? Trump maneggia la guerra, praticata a tutto campo. Deve vincerla o quantomeno dare all’opinione americana la sensazione che la padroneggi a suo piacimento. Decidendo se, come e quando praticarla, senza fare pagare a loro costi inaccettabili, anzi producendo i guadagni auspicati e promessi con la sua elezione.
Leone XIV, con il suo «Non possiamo credere in Gesù e poi fare guerre» non tace, anzi rilancia la sfida della coerenza, nella consapevolezza che la fede cristiana non è più una dato acquisito dalle comunità. I bagni di folla sono auspicati, proprio come veicolo di promozione, ma non bastano da soli. In un loro documento i vescovi italiani indicano quattro urgenze da affrontare con sollecitudine: riconnettere la vita al Vangelo, rimettendo al centro la fede; riconfigurare la Chiesa sul territorio, attraverso modelli di presenza condivisi; realizzare la corresponsabilità differenziata dei battezzati, per un lavoro di squadra tra sacerdoti, diaconi, laici e consacrati; rivedere le strutture della vita ecclesiale, immaginando modi nuovi di gestire e amministrare le strutture esistenti.
Dovranno guidare le scelte pastorali dei prossimi cinque anni, nella consapevolezza che spetta alle singole comunità capire come calare le indicazioni nei loro territori. Obiettivi e strategie distinte tra fede e politica, che narrano come Leone XIV muova con un respiro lungo, che ha alle spalle una radice antica, che si attualizza nell’oggi e necessita della verifica onesta e paziente della ricezione concreta.



