Legge sulla partecipazione, iniziativa popolare che applica la Carta

La norma darà concreta operatività all’articolo 46 della Costituzione che riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare alla gestione delle aziende ai fini della elevazione economica del lavoro
Palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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Una legge di iniziativa popolare per realizzare uno dei principi fondanti della Costituzione. Potrà apparire strano, ma è quel che dovrebbe portare oggi all’approvazione definitiva, in Senato, delle «Disposizioni per la partecipazione dei lavoratori alla gestione, al capitale e agli utili delle imprese».

Il titolo ha un retrogusto di burocratichese che non rende giustizia né al contenuto né alle potenziali ricadute delle norme approvate. E neppure all’incredibile incrocio astrale, in forte controtendenza con la stagione politica generale.

Il contenuto, innanzitutto. La nuova legge dà concreta operatività, per la prima volta e dopo 77 anni, all’articolo 46 della Costituzione, quello che riconosce «ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro e in armonia con le esigenze della produzione... il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende».

Quindici articoli spiegano come questo potrà avvenire, da ora in poi. Quattro i campi previsti: gestionale, finanziario, organizzativo e consultivo. Spiccano tre elementi cardine: una forma di cogestione, con la rappresentanza dei lavoratori nei Consigli di amministrazione e nei Consigli di sorveglianza dove c’è il sistema duale; piani di azionariato diffuso con la distribuzione di utili ai lavoratori; commissioni paritetiche per i piani di miglioramento e innovazione.

Siamo lontani da quanto accade in altri Paesi europei e già da tempo. In Francia, ad esempio, le prime forme di partecipazione sono degli inizi del Novecento. Per non parlare del modello tedesco, che è stato il pilastro portante dello sviluppo industriale teutonico, e che fin dalla Costituzione del 1949 prevede la «codeterminazione» nelle aziende con più di 500 dipendenti, con tanto di partecipazione paritaria di dipendenti, azionisti e dirigenti alla gestione aziendale nei Consigli di fabbrica e nei Consigli di sorveglianza.

Un modo, afferma la Carta tedesca, per «garantire benessere e prosperità» per i dipendenti visti come membri di una Comunità. Idea che a metà degli anni Cinquanta in Italia era venuta solo ad Adriano Olivetti, proprio per questo guardato con sospetto dall’intero mondo confindustriale.

La nuova legge è certamente un primo passo importante per cercare di bilanciare l’asimmetria delle relazioni industriali nel nostro Paese, finora tutta a vantaggio degli imprenditori. Una scelta di non poco conto. Eppure per giungervi c’è voluta un’iniziativa di legge popolare.

Altro aspetto sorprendente della vicenda. Le leggi di iniziativa popolare non hanno mai avuto grande accoglienza in Italia. Negli ultimi trent’anni è giunta ad un risultato pieno, cioè all’adozione così come voleva chi la proponeva, solo una legge su cento. Altre due su cento sono arrivate a buon fine ma con modifiche importanti o aggregate ad altre leggi.

Nelle ultime sette legislature ne sono state approvate solo cinque su 196 presentate. Eppure, nonostante servano almeno 50mila firme, non ne sono state proposte poche: dal 2022 ad oggi sono una quindicina, l’ultima tra quelle più importanti, riguarda il ritorno al nucleare per la produzione di energia. Soltanto tre hanno iniziato l’iter parlamentare.

Ci sono poi altre valutazione di ordine politico che stanno a contorno della vicenda. Non sfuggirà la vicinanza ai quattro referendum sul tema del lavoro e sui quali partiti e sindacati sono in grande confusione. Lo si è visto anche ieri. Il centrodestra cerca di attirare le simpatie della Cisl e questo causa le reazioni risentite e contrarie della Uil e soprattutto della Cgil.

Cinque stelle e Verdi-Sinistra devono stare all’opposto di Italia Viva e Azione, mentre il Pd resta in mezzo al guado. Se si va oltre la contingenza del breve periodo, tuttavia, ci sono un paio di elementi che non andrebbero sottovalutati.

Il primo è che un sindacato, da solo e nel volger di poco tempo, ha saputo raccogliere oltre 400mila firme per una proposta innovativa e riformista. E lo ha fatto un sindacato storico, d’impronta tradizionale, cioè uno di quei corpi sociali intermedi che si danno per morenti, se non già cancellati dal contesto d’una società irrimediabilmente frammentata.

L’altro elemento è che la legge ha seguito una procedura parlamentare regolare, come raramente si vede di questi tempi. Non sarà un’inversione di tendenza, ma lascia ben sperare: si possono fare riforme, anche in tempi ragionevoli, rispettando lo spirito della partecipazione democratica.

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