La pace tradita e il ritorno della politica di potenza

L’Europa si è fatta trovare impreparata, adagiata per ottant’anni nella certezza del riparo sicuro dell’alleato Usa
Guerra in Ucraina - Foto Ansa  © www.giornaledibrescia.it
Guerra in Ucraina - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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Il 2025 è stato l’anno che ha registrato il numero più alto di guerre dalla fine della Seconda guerra mondiale, con ben 90 paesi coinvolti. Non è solo la quantità dei conflitti armati che contraddistingue l’anno appena chiuso. C’è anche la qualità dei rapporti intervenuti nelle relazioni internazionali. Anche in questo campo si è consumata una rottura col passato. È dalla fine della «grande guerra» che si è cercato di sfilare dalle mani delle grandi potenze il ricorso alle armi per regolare i conflitti tra gli Stati e affidarne la risoluzione pacifica ad organismi sovranazionali.

All’indomani della prima guerra mondiale con la Società delle Nazioni, poi dopo la seconda con l’Onu, si è tentato di perfezionare l’operazione, purtroppo con risultati altalenanti. Su questo fronte, l’anno che si è appena chiuso ha rappresentato una chiara smentita rispetto alle originarie premesse. Tutto lascerebbe intendere che, d’ora in poi, sarà la logica di potenza a regolamentare e stabilizzare i rapporti internazionali. Ne abbiamo avuto un assaggio nella gestione del conflitto Israelo-palestinese e nelle trattative di pace in corso tra Russia e Ucraina e da ultimo, nell’intervento Usa in Venezuela. In tutti questi casi l’Onu non ha nemmeno tentato di metterci verbo.

Di fronte a questo nuovo scenario, contrassegnato dalla logica di potenza, l’Europa si è fatta trovare impreparata, adagiata per ottant’anni nella comoda certezza del riparo sicuro dell’alleato Usa. Ancor più impreparata, a ben vedere, si è rivelata l’opinione pubblica. Passare da un contesto internazionale in cui la pace era certa ad uno instabile, in cui difesa e sicurezza devono essere conquistate, è stato traumatico. Sullo smarrimento che ne è seguito si sono gettate a capofitto - non aspettavano altro - le forze, interne e internazionali che hanno tutto l’interesse a indebolire, possibilmente azzoppare, il già claudicante progetto dell’Unione Europea.

Ne è seguita una reazione discordante dell’opinione pubblica del vecchio continente, in particolare di quella italiana. Grande mobilitazione a sostegno dei palestinesi, nemmeno un flash mob per gli ucraini. Per solidarizzare con un popolo martirizzato basta un elementare sentimento di umanità. Per schierarsi al fianco di un popolo, in lotta con uno stato confinante, c’è bisogno di uno sforzo supplettivo per districare la matassa delle complesse implicazioni geopolitiche del conflitto.

Limitiamoci a considerare come si pone oggi la questione della pace sul fronte ancora in guerra, quello ucraino. La Russia continua a giustificare il suo bisogno di condurre fino alla vittoria l’«operazione speciale» (l’aggressione) col fatto di sentirsi circondata e minacciata dalla Nato. La motivazione, addotta all’origine, è stato il timore di essere sotto tiro dell’America di Biden, in seguito, dato il venir meno del primo bersaglio, si è passati all’accusa di aggressione da parte dei 27 Stati dell’Ue. Ebbene, se fosse stato vero che l’attacco veniva dagli Usa, dopo il passaggio della presidenza americana da Biden all’amico Trump, le ragioni dell’operazione speciale sarebbero venute meno.

Parimenti, se fosse vero che l’Europa nutre propositi aggressivi, questi dovrebbero poggiare le basi su armamenti adeguati e non, come è a tutti noto, su risorse militari forse neppure in grado di assicurare una difesa purchessia. È avvenuto invece esattamente il contrario. La condiscendenza di Trump ha incoraggiato l’aggressività di Putin, la debolezza militare dell’Europa ha consigliato allo zar di installare nella compiacente Bielorussia dei super-missili dotati di testate nucleari multiple, capaci di una velocità di oltre 10.000 km all’ora e con una gittata di 5.000 km.

Non potrà certo sostenere la Russia che lo ha fatto per tenere a bada un’Ucraina non solo denuclearizzata, ma anche a corto di soldati e debitrice di armamenti con l’Europa. Come costruire la pace in queste condizioni? Non certo, e lo ha detto forte e chiaro il presidente Mattarella nel saluto di capodanno alla nazione, col piegare la testa verso che la pace la rifiuta. Le sue parole sono state perentorie. Ha definito «ripugnante» l’atteggiamento di chi nega la pace solo perché «si sente più forte».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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