Per Gaza il voto all’Onu e il sostegno dell’Arabia Saudita

Il 29 novembre 1947, nella grande sala dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite riunitasi nella sua prima sede provvisoria a Lake Success, gli allora 57 Stati membri, voto dopo voto, decretarono la fine del Mandato britannico sulla Palestina e l’inizio di una frattura destinata a pesare sulla storia del Medio Oriente contemporaneo.
Con la Risoluzione 181, l’Onu proponeva la spartizione del territorio in due Stati, uno a maggioranza ebraica, l’altro araba, e un regime internazionale per Gerusalemme. Era la prima volta che la comunità internazionale - non un impero o una coalizione di vincitori di un conflitto - si arrogava il diritto di disegnare uno Stato sulla carta prima che esistessero istituzioni, governi o consenso popolare a sostenerla. Un gesto di ingegneria politica che avrebbe inaugurato l’era delle «nazioni progettate», tipiche del secondo Novecento.
Nonostante i 33 voti favorevoli, la risoluzione non ottenne il consenso politico necessario per essere applicata: le potenze coloniali si defilarono, gli Stati arabi la respinsero in blocco e, di fatto, il conflitto armato tra le milizie ebraiche e le forze arabe locali nei mesi successivi ne rese impossibile ogni attuazione. Ora, dopo quasi otto decenni, con l’approvazione del Piano statunitense per Gaza da parte del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, con 13 voti a favore e astensioni di Russia e Cina, si cerca di ridare vita a quel progetto incompiuto, istituendo una Forza di Stabilizzazione Internazionale e un Comitato di Pace, con mandato su sicurezza, confini, demilitarizzazione e ricostruzione della Striscia.
Si tratta di un dispositivo multilaterale che, nelle intenzioni di Washington dovrebbe preludere alla nascita di uno Stato palestinese «credibile», fondato su riforme amministrative e garanzie di sicurezza regionale. Forte l’opposizione di alcuni membri del Governo Netanyahu, tra cui il Ministro Ben Gvir, che ancor prima del voto chiedeva l’arresto immediato di Abu Mazen e sollecitava omicidi mirati contro gli alti funzionari dell’Autorità Palestinese.
Una retorica veemente anti-palestinese, in contrasto con lo stesso Netanyahu, che lo scorso settembre alla Casa Bianca aveva approvato il Piano, ma interpretabile alla luce delle dinamiche interne e delle prossime elezioni legislative, nelle quali Ben Gvir punta a rafforzare la propria posizione come figura chiave del blocco di estrema destra ed ampliare la sua base parlamentare. Scontata anche l’opposizione di Hamas, che considera il provvedimento un tentativo di imporre un regime di «tutela internazionale» su Gaza e vede nella Forza di Stabilizzazione un attore di parte, favorevole all’occupazione.
Monday's adoption of the Security Council resolution on Gaza is an important step in the consolidation of the ceasefire.
— United Nations (@UN) November 18, 2025
It's essential now to translate the diplomatic momentum into concrete & urgently needed steps on the ground.https://t.co/pR9B3bVECt pic.twitter.com/eBnBgKlcMq
In questo contesto, il rischio più immediato è quello dello spoiler behaviour: il sabotaggio deliberato di un fragile processo di pace da parte di attori che, percependolo come minaccia al proprio potere o identità, scelgono di minarne la legittimità con la violenza o con la retorica radicale. Tuttavia il testo approvato a New York trasmette un messaggio chiaro: la governance futura di Gaza non sarà solo una questione locale, ma soggetta agli equilibri globali. E ciò ridefinisce anche il ruolo delle Nazioni Unite come fornitore di cornici legali più che di interventi operativi.
Il vero tavolo negoziale si trova però altrove, a Washington, dove Mohammed bin Salman ha appena siglato con l’Amministrazione Trump un’intesa strategica che lega la ricostruzione della Striscia al riassetto delle rotte energetiche regionali al progetto di normalizzazione saudita-israeliana.
In questa logica, la risoluzione è un ponte tra gli Accordi di Abramo, promossi da Trump nel 2020 e la questione palestinese e trasforma Gaza nel banco di prova di una nuova architettura di sicurezza regionale, in cui Israele e le monarchie del Golfo condividono le responsabilità nella stabilizzazione, ma anche gli investimenti nella ricostruzione. La fase di transizione controllata, gestita dal Comitato di Pace, permetterà a Riyadh di presentare la propria adesione agli Accordi non come un tradimento della causa palestinese, ma come parte di un processo di ricostruzione garantito a livello internazionale, per la cui riuscita risulta indispensabile il coinvolgimento politico ed economico saudita, vera architrave della futura stabilità della regione. È in questa convergenza di potere e interessi che si intravede la cifra del momento: la «pace economica» come strumento geopolitico, ovvero il ritorno della Realpolitik travestita da missione umanitaria.
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