La democrazia passata e quei rischiosi scenari politici del futuro

I giochi di guerra stanno investendo sempre più a fondo le economie mondiali e terremotano le relazioni internazionali riscrivendo gli stessi contenuti della pace invocata. Più soldi per gli armamenti a discapito di chi e che cosa?
Non è possibile che tutto avvenga in modo indolore. La sicurezza, non garantita da terzi per loro interessi praticati che giustificano le spese effettuate, va pagata da chi si sente chiamato a realizzarla in proprio. La logica che il fatto compiuto, da chi detiene la potenza militare, è la regola aurea del riposizionamento delle singole pedine sulla scacchiera globale, sacrificando le une per privilegiarne altre, cambiandone la stessa natura e quindi la funzione, pone in orizzonti innovativi le scadenze del diritto internazionale. Affermo la mia primazia, poi tratto i contenuti del nuovo accordo, minacciando di ricorrere nuovamente a guerre militari ed economiche se non assecondi la ridefinizione. E il sistema globale investe il modo di fare personale, legittimandolo quale condizione esistenziale diffusa.
Il ciclone Trump va destrutturando completamente la politica fin qui praticata. Nessuna cautela nel dire e nel fare, ma totale libertà nel modificare la narrazione, precedentemente imposta come verità da perseguire, e riscriverne una di ben altro tenore. Il tutto giocato sul primato della forza, anche quando si vuole essere omaggiati quali costruttori di pace e si pongono azzardati parallelismi con vicende storiche passate, alla base di equilibri ora misconosciuti. Le lentezze operative delle democrazie occidentali fanno balenare le suggestioni di una persona sola al comando, che con sconosciuta rapidità riesce ad approdare ad una decisione praticata anche sui distinguo altrui. La libertà di pochi che incanala le azioni dei più, che praticano l’adesione a un indirizzo di marcia imposto, pronte a modificarlo se cambia la parola d’ordine.
Eravamo cresciuti nella convinzione che anche una democrazia deficitaria fosse la migliore delle forme di governo fin qui conosciute. Ora, in una crisi economica che travolge i passati confini, mescola in continuazione alleati ed avversari, siamo sollecitati a non crederla ancora quale bussola di orientamento principe. Che cosa c’è, per noi occidentali, dopo la democrazia che abbiamo realizzato e sperimentato? Forse la perdita della nostra capacità e possibilità di indirizzare il mondo che si apparecchia? Dismettendola a favore di chi?
Da anni sentiamo ripetere che senza uno spirito, e una capacità di rifondazione autentica, siamo destinati a passare la mano. Si è continuato a rimandare a dopo, ritenendo troppo ardua l’impresa di imbrigliare le tante, diverse spinte che si sono andate succedendo. Siamo, probabilmente, alla resa finale: altri sistemi di governo ritengono giunta la loro ora di assumere il comando. Quindi risulterà ancora più arduo attualizzare i principi di quella che già si definisce la passata democrazia. Si dice che gli sconvolgimenti sono la risultante di grandi guerre. Siamo alle prese con una guerra a pezzi, che coinvolge tutto il mondo. Nel suo riannodarsi propone altri scenari.
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