La crisi dell’economia italiana: dati, criticità e scelte controverse

Recentemente varie organizzazioni (tra gli altri spicca Trading Economics - Banca d’Italia) hanno evidenziato elementi di criticità nella tenuta della nostra economia.
Il settore industriale continua, in modo apparentemente inesorabile a declinare (nei primi 9 mesi del 2024 il settore ha ceduto il 3,3% sullo stesso periodo dell’anno precedente - meno 41% il settore automobilistico -), il dato negativo viene rappresentato da una curva che rimane orientata al peggio da 20 mesi con una contrazione del 20% rispetto ai livelli del 2000.
Parametri come il Pil continuano a segnare un incremento quasi impercettibile che, comunque, rimane al di sotto di quell’1% che tutti assimilano a un parametro di non crescita. Sull’inflazione tutti i parametri convergono su una sua stabilità ma hanno due limiti oggettivi: la differenza tra il reale potere d’acquisto delle famiglie e quello che viene evidenziato dal cosiddetto paniere che, ormai, esclude troppe voci che mordono il reddito familiare, la conseguente stasi dei prezzi legata a una tendenza sempre più evidente alla contrazione dei consumi. Queste voci che evidenziano elementi di difficoltà, comuni seppure con manifestazioni diverse a molti paesi della vecchia Europa, tendono a passare del tutto inosservate sia nel dibattito politico sia in quello mediatico. Non rendere evidenti i problemi significa, in sostanza, non porsi domande su come affrontarli e, soprattutto, allontanare l’opinione pubblica dalla consapevolezza della necessità di intraprendere percorsi seri per dare ossigeno alla nostra società.
Chiedersi perché il silenziatore agisca in questa nostra fase storica ci offre l’opportunità di affrontare un tema sempre più preoccupante non solo dalle nostre parti. L’idea, per molti ingenua, che la verità sia in grado di emergere in ogni caso appare sempre più un’illusione. Vari sono gli elementi che contribuiscono a ciò. Un primo, e più eclatante motivo, è che troppo spesso le informazioni «vere» vengono subissate da notizie non vere o parzialmente vere. Questo diffondere informazioni che contrastano quelle che rappresentano delle situazioni oggettive, viene amplificato dalla volontà della politica di usare strumentalmente i social media e da quella di non lavorare sulla loro verifica da parte di chi dovrebbe contrastare questa tendenza. Da questo punto di vista, il sovrapporsi di un utilizzo strumentale dei social alla potenza generatrice e divulgatrice dell’intelligenza artificiale (in certi contesti chi si occupa di queste cose parla del 40% di news diffuse in modo automatico dalla tecnologia) rendono faticoso contrastare questo sistema. Qualche esempio per chiarire.
Nel nostro Paese abbiamo celebrato parametri considerati soddisfacenti sull’occupazione, il paragone riportato da tutti è quello sulla disoccupazione mai così bassa come negli ultimi 20 anni. La statistica sembrerebbe non mentire. Il fatto, però, che oggi si considerino occupati indistintamente lavoratori a tempo indeterminato con contratti che coprono un numero di ore importante piuttosto che contratti a tempo determinato o indeterminato la cui copertura oraria è molto più bassa o variabile nel tempo, associato al non considerare nelle statistiche circa 8 milioni di soggetti in età di lavoro che non risultano alla ricerca di un’occupazione, rende il confronto con le statistiche del passato non coerente perché allora i dati filtravano per tipologia di lavoro e non escludevano chi rinunciava a cercare un lavoro.
Così modificare nel tempo il cosiddetto paniere sul quale si calcola l’effetto della variazione dei prezzi sulla capacità di spesa delle famiglie degli italiani finisce con allontanare il parametro inflattivo con l’effettiva potenzialità dei nostri portafogli. Non affrontare dati certi e analizzando il problema della difficoltà del nostro sistema economico significa correre il rischio di indirizzare le poche risorse per sostenere l’economia a disposizione del governo su azioni inadeguate o controproducenti.
Anche qui un esempio: il combinato disposto sul fronte dell’automotive della legge finanziaria che sostiene la vendita di auto elettriche e il tentativo di aumentare le risorse disponibili penalizzando il mondo delle auto aziendali (se non elettriche) in un contesto di difficoltà reali per le auto elettriche rischia di appesantire ulteriormente l’ambito industriale legato direttamente e indirettamente all’automotive. In sostanza accettare di mettere la polvere sotto il tappeto, a prescindere dalla volontà che spinge ad agire in questo modo, rischia di trasformarsi in un ulteriore zavorra sul già appesantito sistema economico e sociale del nostro Paese. Prima ce ne renderemo conto meglio sarà.
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