Tra stabilità finanziaria e fragilità strutturali

Il 2024 sta per chiudersi e di solito negli ultimi giorni dell’anno si traggono i consuntivi: qui lo facciamo partendo da cinque numeri
Il tastierino di un bancomat - Foto unsplash.com
Il tastierino di un bancomat - Foto unsplash.com
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Il 2024 sta per chiudersi e di solito negli ultimi giorni dell’anno si traggono i consuntivi. Concentriamo l’attenzione su questi cinque numeri: 115; 0,5; 0; 5,7; 5,8; no, non sono i numeri del lotto (non solo perché non sono interi e compresi tra 1 e 90...). Cominciamo con il primo (115): è lo spread quotato in Borsa ieri, la differenza di rendimento tra i titoli decennali italiani e quelli tedeschi.

È questo un valore sui minimi da quando c’è il governo Meloni (in precedenza, solo nel 2021 lo spread era più basso, attorno al valore di 100). Segno che la credibilità della nostra politica di bilancio non è scadente e ciò è coerente con l’approvazione da parte della Commissione europea dei nostri documenti autunnali (il Piano strutturale di bilancio e il Documento programmatico di bilancio). I timori di quanti temevano - prima dell’insediamento del governo - una politica economica sregolata e indifferente alle regole europee si sono dimostrati finora infondati; al costo però di rinunciare a diverse promesse pre-elettorali.

Il secondo dato (0,5) è la crescita in percentuale del Pil italiano quest’anno, come previsto da Ocse, Bankitalia, Istat. Qui cominciano le note dolenti: non solo perché la crescita è dimezzata rispetto a quanto indicato nei sopra citati documenti governativi, ma anche perché essa sarà solo lievemente maggiore nei prossimi anni. In sostanza siamo tornati ad una crescita dello «zero virgola», ben al di sotto delle medie europee. Né la legge di Bilancio, che sarà definitivamente approvata oggi, riesce ad invertire le tendenze; infatti l’effetto espansivo della manovra sarà soltanto dello 0,3% l’anno prossimo (secondo l’Ufficio parlamentare di bilancio).

Poco rassicurante è il terzo dato (uno «zero» tondo). È la variazione, per quest’anno, dei consumi delle famiglie secondo le previsioni d’autunno della Commissione europea (lo stesso governo italiano prevede un aumento vicino allo zero, 0,2% per l’esattezza); nell’Ue invece i consumi crescono dell’1,2%. Perché i consumi sono fermi in Italia? Certamente in questo periodo dell’anno molte famiglie stanno facendo sforzi (magari attingendo ove possibile alle tredicesime) per allietare i giorni di festa, ma nei mesi precedenti molte di loro hanno dovuto rinunciare a consumi superflui; il motivo principale è che i salari medi reali, già scesi negli ultimi due o tre decenni (caso unico nell’area Ocse), sono ulteriormente diminuiti nell’ultimo triennio (nonostante il parziale recupero di quest’anno) a causa dell’inflazione.

Venendo al quarto dato, 5,7 sono i milioni di individui poveri reso noto dall’Istat in ottobre (riferito al 2023); un quarto di questi individui in povertà assoluta sono minorenni. Pur essendo un fenomeno che riguarda in prevalenza il Mezzogiorno (il 10,2% delle famiglie ivi residenti è povero), è purtroppo in ascesa anche nel Settentrione (ha ad esempio raggiunto l’8% delle famiglie del Nord-Ovest). Sono queste famiglie che spesso «non arrivano alla quarta settimana del mese» e sopravvivono grazie all’aiuto degli enti caritatevoli.

Il quinto dato (5,8) è, in percentuale, il tasso di disoccupazione stimato dall’Istat per il mese di ottobre. In effetti è un minimo da molti anni a questa parte; inoltre, il tasso di occupazione è salito al 62,5%, anche questo un massimo relativo (ma ricordiamo che nella media Ue supera il 75% e diversi Paesi europei oltrepassano l’80%). È altresì vero che nell’ultimo biennio si sono creati quasi un milione di posti di lavoro, nonostante negli ultimi mesi si siano verificate numerose crisi aziendali (anche nel bresciano) con lavoratori licenziati o in Cassa Integrazione. Comunque, anche nel caso dei nuovi posti creati, si tratta quasi sempre di lavoro povero, part-time, a volte precario e/o per mansioni inferiori; più che l’industria sono i servizi a basso valore aggiunto ad assorbire occupazione. Ecco perché molti giovani, che pur si impegnano nell’istruzione, sono costretti ad emigrare o si rassegnano ad accettare posizioni non coerenti con il proprio percorso formativo.

In definitiva, è anche l’intero ceto medio ad essere «sfibrato» e gli italiani sono affetti da «sindrome da galleggiamento», come ammonisce l’ultimo Rapporto del Censis. Esso ricorda tuttavia che c’è anche un’Italia che funziona (spesso dimenticata dai media), italiani che aiutano e fanno del bene, che si impegnano nel sociale e per la tutela dell’ambiente. Contiamo allora su queste forze vive per far ripartire il nostro Paese già nei primi giorni del 2025.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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