Monza, 6 settembre 2026, sono più o meno le 5 del pomeriggio. Una marea umana applaude un italiano nuovamente vincitore del Gran Premio d’Italia. Sono passati sessant’anni dall’ultima volta, Kimi Antonelli dopo (e quanto è lungo questo «dopo») Ludovico Scarfiotti. Saranno centomila tra la pista e le tribune, dove tantissime bandiere rosso Ferrari sventolano ondeggiando di gioia, nonostante Leclerc sia uscito alla parabolica al quarto giro e Hamilton sia finito lontano dal podio, sesto.
E a un certo punto quei centomila si mettono a cantare, uno dei cori più partecipati che si siano mai sentiti. «Sarà perché ti amo», la sempreverde hit dei Ricchi e Poveri inonda il parco di Monza. Risuona spesso in impianti sportivi di mezzo mondo, ad esempio ha accompagnato l’oro olimpico dell’Italvolley ai Giochi di Parigi 2024. Ma qui ha un’eco diversa. Le note sono quelle, il testo è il medesimo, ma qui, con lo sguardo rivolto a quel ventenne riccioluto avvolto nel tricolore, appare più calzante cantare la confusione e l’emozione di un sentimento che cresce piano piano.
WHAT A MOMENT! 🙌 Now he can celebrate 🎉 #F1 #MexicoGP https://t.co/lCDUXuJSeU
— Formula 1 (@F1) November 1, 2026
Perché sì, quel ragazzo da tempo ha fatto vedere il suo talento, da mesi ha iniziato a vincere, da un bel po’ dimostra e mette in pista doti da campione. Ma adesso, alle 5 della sera sulla pista di Monza, ha conquistato tutti. Soprattutto, ha conquistato tutti gli italiani. Certo, l’accento emiliano aiuta, insieme al sorriso sbarazzino. Come fai, guardandolo ed ascoltandolo, a non pensare a Valentino Rossi, l’ultimo mito italiano dei motori, per quanto su due ruote. Il futuro dirà se Kimi saprà essere dominante e continuo come il Dottore, il presente racconta di un traguardo storico, questo titolo piloti riportato in Italia 73 anni dopo Alberto Ascari (e questo «dopo» è ancora più lungo e pesante dell’altro).
Quel che è sicuro è che Antonelli ha colmato un vuoto tecnico, ma ancor più emotivo. Lo sport italiano aveva bisogno di un campione da spingere e nel quale riconoscersi (come accade per Sinner), specie in una fase storica in cui le discipline più popolari non riescono a scaldare i cuori degli appassionati, su tutte il calcio, da dodici anni incapace di qualificarsi a un Mondiale, ma anche il ciclismo, che da tempo non esprime un corridore competitivo per i grandi giri e le classiche. Ecco perché il coro per Kimi risuona così forte: «Sarà perché ti amo». Ne avevamo bisogno.




