L’attentato di Berlino ripropone una delle modalità operative più semplici e difficili da prevenire del terrorismo contemporaneo: l’impiego di un veicolo come arma contro la folla. Il cosiddetto vehicle ramming non richiede esplosivi o armi da fuoco, né addestramento specialistico, una rete logistica complessa o ingenti risorse finanziarie. Può essere realizzato a costi ridotti, sfruttando un mezzo comune, facilmente reperibile o noleggiabile e capace di provocare rapidamente numerose vittime.
Comparsa nel conflitto israelo-palestinese nei primi anni Novanta attraverso azioni individuali, questa tattica fu poi incorporata nel repertorio del jihadismo internazionale. Al-Qaeda ne codificò l’impiego, mentre lo Stato Islamico invitò i propri sostenitori a usare autoveicoli quando non fosse possibile procurarsi armi o esplosivi. Gli attentati di Nizza e Berlino del 2016 ne mostrarono il potenziale letale e simbolico, alimentando un effetto emulativo che resta uno dei principali rischi. Anche il bersaglio scelto sabato scorso non è casuale: prendere di mira il Pride significa aggredire un simbolo visibile della libertà individuale e del pluralismo europeo.
È questa valenza simbolica a trasformare l’attentato in un messaggio politico e a ricordare una realtà spesso rimossa: il jihadismo non è tornato, perché non è mai scomparso. I dati di Europol lo confermano: nel 2025, 24 dei 45 attentati compiuti, falliti o sventati nell’Unione europea sono stati classificati come jihadisti, così come 347 dei 486 arresti per terrorismo.
Oggi la minaccia è frammentata, meno gerarchica e spesso affidata ad attori solitari o piccoli nuclei autoattivati, che scelgono autonomamente bersaglio, tempi e modalità, senza ricevere necessariamente ordini diretti da un’organizzazione terroristica. Tra l’esposizione alla propaganda e il passaggio all’azione può trascorrere poco tempo. La radicalizzazione si sviluppa negli ambienti digitali, dove ideologia jihadista, antisemitismo, complottismo e culto della violenza si intrecciano con fragilità personali e ricerca di appartenenza, specie tra i giovani.

Ciò non deve fare ridurre il terrorismo a un problema di salute mentale, lettura parziale e perniciosa nella quale si è spesso ricaduti, ma riconoscere la capacità della propaganda estremista di trasformare vulnerabilità preesistenti in disponibilità alla violenza.
Anche l’Italia è esposta a questa trasformazione della minaccia. Dal 2016 il Parlamento tenta, senza successo, di dotare il Paese di una legge organica sulla prevenzione della radicalizzazione. Il dibattito si è sviluppato lungo due direttrici. La prima, inaugurata dalla proposta Dambruoso-Manciulli e ripresa da esponenti del centrosinistra e dell’area moderata, punta su interventi precoci: un centro nazionale, articolazioni regionali presso le Prefetture, programmi nelle scuole e nelle carceri, formazione degli operatori e percorsi di disimpegno e reinserimento. La seconda, sostenuta soprattutto dal centrodestra, affianca alla prevenzione strumenti penali, amministrativi e di controllo delle organizzazioni religiose
Nessuno di questi testi è diventato legge. La mancata risposta politica non è più un semplice ritardo, ma una lacuna strategica. L’Italia dispone di strumenti investigativi e di contrasto avanzati, che hanno consentito di neutralizzare numerose minacce. Ciò che manca è un sistema nazionale stabile e multidisciplinare, capace di coordinare istituzioni politiche ed educative, amministrazioni locali, servizi sociali e sanitari, sistema penitenziario e forze di polizia.
A questo assetto dovrebbe affiancarsi una formazione specialistica, uniforme e continua per il personale coinvolto, affinché possa riconoscere precocemente i segnali di radicalizzazione e intervenire secondo procedure condivise. Colmare questa lacuna non è più rinviabile: prevenire significa intervenire quando la radicalizzazione può ancora essere individuata e quindi interrotta.
Michele brunelli – Docente di Storia e Geopolitica dell'Asia contemporanea, UniBg




