Opinioni

Il jihadismo non è scomparso: c'è ancora e noi siamo in ritardo

L’Italia dispone di efficaci strumenti investigativi, ma manca ancora una strategia nazionale per prevenire la radicalizzazione prima che si trasformi in violenza
Michele Brunelli

Michele Brunelli

Editorialista

Uno dei poliziotti intervenuti per fermare l'attentatore a Berlino - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Uno dei poliziotti intervenuti per fermare l'attentatore a Berlino - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

L’attentato di Berlino ripropone una delle modalità operative più semplici e difficili da prevenire del terrorismo contemporaneo: l’impiego di un veicolo come arma contro la folla. Il cosiddetto vehicle ramming non richiede esplosivi o armi da fuoco, né addestramento specialistico, una rete logistica complessa o ingenti risorse finanziarie. Può essere realizzato a costi ridotti, sfruttando un mezzo comune, facilmente reperibile o noleggiabile e capace di provocare rapidamente numerose vittime.

Comparsa nel conflitto israelo-palestinese nei primi anni Novanta attraverso azioni individuali, questa tattica fu poi incorporata nel repertorio del jihadismo internazionale. Al-Qaeda ne codificò l’impiego, mentre lo Stato Islamico invitò i propri sostenitori a usare autoveicoli quando non fosse possibile procurarsi armi o esplosivi. Gli attentati di Nizza e Berlino del 2016 ne mostrarono il potenziale letale e simbolico, alimentando un effetto emulativo che resta uno dei principali rischi. Anche il bersaglio scelto sabato scorso non è casuale: prendere di mira il Pride significa aggredire un simbolo visibile della libertà individuale e del pluralismo europeo.

È questa valenza simbolica a trasformare l’attentato in un messaggio politico e a ricordare una realtà spesso rimossa: il jihadismo non è tornato, perché non è mai scomparso. I dati di Europol lo confermano: nel 2025, 24 dei 45 attentati compiuti, falliti o sventati nell’Unione europea sono stati classificati come jihadisti, così come 347 dei 486 arresti per terrorismo.

Oggi la minaccia è frammentata, meno gerarchica e spesso affidata ad attori solitari o piccoli nuclei autoattivati, che scelgono autonomamente bersaglio, tempi e modalità, senza ricevere necessariamente ordini diretti da un’organizzazione terroristica. Tra l’esposizione alla propaganda e il passaggio all’azione può trascorrere poco tempo. La radicalizzazione si sviluppa negli ambienti digitali, dove ideologia jihadista, antisemitismo, complottismo e culto della violenza si intrecciano con fragilità personali e ricerca di appartenenza, specie tra i giovani.

«Berlino città della libertà» - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
«Berlino città della libertà» - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Ciò non deve fare ridurre il terrorismo a un problema di salute mentale, lettura parziale e perniciosa nella quale si è spesso ricaduti, ma riconoscere la capacità della propaganda estremista di trasformare vulnerabilità preesistenti in disponibilità alla violenza.

Anche l’Italia è esposta a questa trasformazione della minaccia. Dal 2016 il Parlamento tenta, senza successo, di dotare il Paese di una legge organica sulla prevenzione della radicalizzazione. Il dibattito si è sviluppato lungo due direttrici. La prima, inaugurata dalla proposta Dambruoso-Manciulli e ripresa da esponenti del centrosinistra e dell’area moderata, punta su interventi precoci: un centro nazionale, articolazioni regionali presso le Prefetture, programmi nelle scuole e nelle carceri, formazione degli operatori e percorsi di disimpegno e reinserimento. La seconda, sostenuta soprattutto dal centrodestra, affianca alla prevenzione strumenti penali, amministrativi e di controllo delle organizzazioni religiose

Nessuno di questi testi è diventato legge. La mancata risposta politica non è più un semplice ritardo, ma una lacuna strategica. L’Italia dispone di strumenti investigativi e di contrasto avanzati, che hanno consentito di neutralizzare numerose minacce. Ciò che manca è un sistema nazionale stabile e multidisciplinare, capace di coordinare istituzioni politiche ed educative, amministrazioni locali, servizi sociali e sanitari, sistema penitenziario e forze di polizia.

A questo assetto dovrebbe affiancarsi una formazione specialistica, uniforme e continua per il personale coinvolto, affinché possa riconoscere precocemente i segnali di radicalizzazione e intervenire secondo procedure condivise. Colmare questa lacuna non è più rinviabile: prevenire significa intervenire quando la radicalizzazione può ancora essere individuata e quindi interrotta.

Michele brunelli – Docente di Storia e Geopolitica dell'Asia contemporanea, UniBg

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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