La Grande moschea selgiuchide di al-Nuri a Mosul, in Iraq, ha rappresentato il simbolo dell’ascesa e della caduta dello Stato Islamico. Fu qui che nel luglio del 2014 Abu Bakr al Baghdadi, nella tradizionale preghiera congregazione del venerdì si autoproclamò Califfo e Comandante dei Credenti, mettendosi alla guida di un territorio che geograficamente arrivò ad eguagliare la superficie della Gran Bretagna, ma che ideologicamente aveva ambizioni di carattere globale, ponendosi come punto di riferimento per l’intera comunità religiosa.
Poco meno di tre anni dopo, per evitare che venisse liberata dall’esercito regolare irakeno, i suoi stessi miliziani la fecero saltare, affinché il «simbolo» non cadesse in mani nemiche. È la capacità di mantenere costante nel tempo, inalterata ed applicabile in ogni dove, l’ideologia mortifera del messianismo religioso islamista, la vera forza del jihadismo contemporaneo che, nonostante la sconfitta militare dello Stato Islamico, continua a rappresentare una minaccia costante per la stabilità e per la sicurezza regionale. Innanzitutto per gli Stati.




