Opinioni

La guerra preventiva e tutte le incognite della ricostruzione

Non si è mai parlato tanto di pace come in questa lunga stagione che vede quasi tutto affidato alla logica delle armi usate
Una donna osserva l'effetto dei bombardamenti su Teheran - Foto Ansa/Epa/Abedin Taherkenareh © www.giornaledibrescia.it
Una donna osserva l'effetto dei bombardamenti su Teheran - Foto Ansa/Epa/Abedin Taherkenareh © www.giornaledibrescia.it

E la guerra dilaga. Non si è mai parlato tanto di pace come in questa lunga stagione che vede quasi tutto affidato alla logica delle armi usate. Perché dalle minacce sbandierate si è ormai diffusamente passati all’azione preventiva oppure repressiva su vasta scala. La logica del fatto compiuto, che precede ogni legalità. E pensare che si invocavano Nobel per la pace per attori protagonisti di tutti questi scenari: sarebbero autori di tante «paci separate».

L’attacco statunitense-israeliano all’Iran, con l’uccisione della guida suprema Ali Khamenei, e la risposta di quel regime che non passa la mano ed infiamma tutto il Medio Oriente e non solo, innesca una escalation che ormai incide sulle economie mondiali tutte. Il traffico di gas e petrolio, e di beni commerciali, è crollato nello stretto strategico di Hormuz. Le borse ballano paurosamente ed è situazione dimostrata e acclarata che i prezzi si alzano di colpo per poi ridiscendere a fatica, quando riescono a farlo e non consolidano invece gli aumenti applicati immediatamente.

La politica si divide tra chi ritiene giusto e necessario l’attacco militare all’Iran, per evitare che si doti dell’arma nucleare e minacci tutto il mondo, e quanti invece nutrono dubbi sull’attacco americano, come i leader francese Macron e britannico Starmer, che pur non si dissociano dalla tutela dei Paesi del Golfo per eventuali aiuti a difesa degli attacchi da Teheran. Lo spagnolo Sanchez dice apertamente il suo no alla guerra, candidandosi a rappresentare l’anti-trumpismo in Europa e venendo preso a modello comportamentale pure dalle sinistre di casa nostra. Il Vaticano continua il suo lavoro diplomatico, per provare a disinnescare l’allargamento del conflitto dal Medio Oriente ad altri territori. Papa Leone rinnova i suoi appelli alla pace e il cardinale segretario di Stato vaticano Piero Parolin ha dichiarato ai media vaticani: «Se agli Stati fosse riconosciuto il diritto alla guerra preventiva, secondo criteri propri e senza un quadro legale sovranazionale, il mondo intero rischierebbe di trovarsi in fiamme».

Il governo italiano, come molti altri, è stato informato del conflitto scatenato ad azione in corso. Dichiara di voler rispettare i trattati che ha siglato. Intanto è cresciuto l’allarme del rischio terrorismo contro il comune nemico occidentale. Maggioranza e opposizioni si contestano a vicenda azioni ed inazioni attuate. Chi attenziona con cautela Trump per non essere coinvolto in azioni militari, chi contesta alla radice quanto accaduto.

Prescindendo da quanti sono schierati apertamente, per convinzione o per partito preso, su un versante o sull’altro, non pochi si confrontano con le considerazioni praticate dal cardinal Piero Parolin su condizioni e limiti di una guerra preventiva. La situazione a Teheran era incandescente, ma tale rimane anche dopo la scelta militare e il fallimento delle trattative diplomatiche in corso. Si dice che il regime era in fase di disgregazione, ma questo lo rende ora ancora più pericoloso perché consapevole di lottare per la sua sopravvivenza. Le armi distruggono, la ricostruzione richiede altre, successive vie.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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