Tocca a Rubio cercare di rimettere assieme i cocci di una relazione danneggiata con l’Italia e, ancor più, col Vaticano. Perché è il compito che istituzionalmente gli spetta, in quanto al tempo stesso Segretario di Stato e Consigliere per la Sicurezza Nazionale (somma d’incarichi che ha un solo, breve, precedente nella storia, Henry Kissinger tra il 1973 e il 1975, a cavallo tra le presidenze Nixon e Ford).
E perché – con la sua lunga esperienza al Senato, culminata nella vicepresidenza della Commissione Intelligence – esprime una professionalità politica e una formale moderazione che mancano completamente al suo impetuoso e istintivo presidente.
Può davvero riuscire in questa missione? E l’Italia può ancora credere di avere una relazione speciale con l’alleato statunitense? Di poter agire da mediatore e da ponte tra le sue sponde dell’Atlantico, come sostenne un po’ velleitariamente Giorgia Meloni dopo il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca?
A queste domande si può rispondere solo negativamente.
Troppo profonde sono le fratture che dividono oggi Europa (Italia inclusa) e Usa. Troppo autoritario, anche nella sua gestione della politica estera, è il presidente degli Stati Uniti. Troppo impulsivi e violenti, infine, sono gli atteggiamenti e le parole di Donald Trump. A monte agiscono le categorie e gli schemi ostentatamente neoimperiali che definiscono la strategia e la politica della sua amministrazione.
In virtù delle quali, le relazioni esterne sono primariamente transazionali: funzionali a uno scambio dal quale l’attore superiore, gli Usa, ottengono invariabilmente un vantaggio maggiore. E dove non esistono alleanze permanenti o partner naturali, uniti da valori e principi condivisi, su tutti quelli democratici.
Al massimo – come proprio Rubio sostenne in febbraio, in occasione del suo intervento alla Conferenza per la Sicurezza di Monaco – vi può essere un collante di «civiltà»: cristiano, occidentalista e, in ultimo, suprematista. Che può magari piacere a una parte dell’attuale governo italiano, ma che rende ancor più impervio il dialogo con un’Europa definita, ideologicamente e culturalmente, sulla base di altre basi: laiche, umaniste e cosmopolite. E questo ci porta al secondo fondamentale ostacolo alla formazione di una relazione speciale tra il governo italiano e l’amministrazione statunitense, quello rappresentato proprio dal progetto europeo.
Di cui l’Italia fa parte; e dalle cui regole è inevitabilmente costretta. Quando Trump lancia le sue offensive commerciali lo fa con un interlocutore che è continentale. Non vi sono margini di manovra su questo per gli attori nazionali, nel cercare di ottenere condizioni differenziate o nell’evitare l’urto di dazi e sanzioni. Come non vi possono essere margini di manovra o di distinguo quando Trump minaccia di annettere un territorio associato alla Ue (la Groenlandia) o scatena guerre (con l’Iran) senza consultare o coinvolgere alleati europei che diventano poi le prime vittime delle conseguenze di tali conflitti.
Come, infine, non possono essere accettabili per un governo italiano le parole grossolane e offensive del presidente statunitense nei confronti di Papa Leone, addirittura invitato dal vice di Trump, il cattolico convertito J.D. Vance, a «fare attenzione» quando parla di teologia.
Come da copione, nella breve permanenza del Segretario di Stato a Roma non sono mancate le posture e le parole di circostanza, da una parte come dall’altra. Con Rubio che ha rimarcato il «solido partenariato» Italia-Usa e il «rapporto molto forte con il Vaticano», e il ministro degli Esteri Tajani che ha sottolineato l’indispensabilità di Europa e Italia per gli Usa. I rapporti non sono però affatto solidi e l’amministrazione Trump, così come larga parte del mondo conservatore statunitense, non solo non considera più indispensabile l’Europa, ma la ritiene al meglio un interlocutore subalterno e parassitario, e al peggio un avversario degli Stati Uniti.




