Il centrodestra è sempre più frequentemente attraversato da polemiche e divisioni. La netta contrapposizione tra Salvini e Tajani sui tragici fatti di Modena è in fondo l’ultima manifestazione di un malessere che si è acuito soprattutto dopo la sconfitta referendaria. Lo scontro sull’immigrazione è un perfetto campo di duello politico tra un Salvini che ormai deve rincorrere quel Vannacci che lui ha candidato al Parlamento per giovarsi del seguito elettorale del generale, e che adesso si è trasformato nel più pericoloso concorrente a destra: la remigrazione è il suo slogan, e Salvini non può essere da meno. Allo stesso tempo Tajani ha tutto l’interesse di mostrare il volto moderato ed equilibrato di Forza Italia anche perché è spinto da Marina Berlusconi su una strada che, in nome dei diritti civili, lo porta lontano dalla destra (ma non si sa ancora verso dove).
Non c’è però solo la sicurezza. C’è anche l’Europa. Giorgia Meloni chiede deroghe al Patto di Stabilità per affrontare l’aumento dei costi energetici e di fronte ai ripetuti «no» della Commissione, deve registrare che Salvini propone una improbabile «fuga in avanti solitaria dell’Italia» che non fa altro che complicare le cose: cosa significhi in concreto «andare avanti da soli» non è chiaro, visto che sforare ulteriormente il deficit non farebbe altro che aggravare la procedura di infrazione che già adesso ci penalizza. Tajani, espressione del Ppe, non può che reagire stizzito alla provocazione di Salvini ricordando l’ancoraggio europeista del governo.
In tutto ciò Giorgia Meloni ha difficoltà a trovare delle sintesi efficaci che riducano le distanza tra alleati. Lei stessa ha un partito dove emergono differenze (sia sull’Europa che sui migranti). Inoltre la premier stenta a far passare la sua proposta di riforma elettorale che non piace né a Salvini né a Tajani (per una volta finalmente d’accordo) perché la considerano un vestito cucito addosso a Fratelli d’Italia e ai suoi interessi elettorali.
Per una coalizione che aveva promesso nel 2022 che avrebbe cambiato il volto istituzionale dell’Italia, il bilancio è davvero molto magro. Delle tre riforme fondamentali che sono state avviate, nessuna è arrivata in porto: né il premierato caro a Meloni che giace nei cassetti; né l’autonomia differenziata voluta dalla Lega che è stata stroncata dalla Corte Costituzionale, né la riforma della magistratura di berlusconiana memoria che è stata bocciata dall’elettorato all’ultimo referendum. Inoltre la crisi economica con probabile recessione sta falcidiano i risultati della politica del governo che, per quanto propagandati, scolorano di fronte alle difficoltà di famiglie e imprese.
Se poi ci aggiungiamo il senso di insicurezza che episodi come quelli di Modena diffondono nella popolazione, si capisce per quale ragione i partiti alleati tendano a dividersi: le elezioni del 2027 sono ormai vicine, ognuno ha il suo orto da coltivare e l’impressione è che gli avvenimento stiano aiutando l’opposizione. Il sinistra-centro resta pieno di contraddizioni, è indebolito dalla concorrenza personale tra Conte e Schlein ed è pericolosamente scoperto sul versante centrista e moderato. E tuttavia proprio la crisi del quarto anno del centrodestra potrebbe aiutare i diffidenti alleati del cosiddetto «Campo Largo», qualunque cosa questa definizione voglia dire.




