Russia e Iran uniti per evitare il collasso

Nel XVII secolo, Ivan Ivanovic Chicherin, inviato dello Zar Michele di Russia presso la Corte iraniana era riuscito ad accattivarsi i favori dello Shah portandogli in dono dell’acquavite. Nonostante l’Impero safavide fosse una teocrazia sciita, in alcuni periodi l’alcol fu non solo ben tollerato, ma addirittura assai apprezzato, tanto che il commercio di vodka e di acquavite era notevole ai tempi. Era anche questo un modo per fare diplomazia. Per legare interessi nazionali che, allora come oggi, avevano molti elementi in comune, il principale dei quali era il nemico: l’Impero ottomano. Poi i Russi, tra ’800 e ’900 divennero oppressori, capaci di condizionare con le decisioni prese a San Pietroburgo le politiche di Teheran; infine, ai tempi della monarchia Pahlavi, data l’alleanza dell’Iran con gli Stati Uniti, l’Urss divenne il pericoloso nemico alle porte degli interessi occidentali nel Golfo Persico. Fu solo negli anni ’90 che la Repubblica Islamica riscoprì l’importanza di un alleato potente come poteva essere Mosca e le relazioni russo-iraniane conobbero una fase di riposizionamento strategico, che portò vantaggi reciproci.
Da un lato la Russia, in un contesto di transizione interna e debolezza globale, avviò con gli ayatollah una cooperazione tecnico-militare, in parte per ragioni economiche, in parte per mantenere un’influenza residua nella regione. Dall’altro l’Iran, da poco uscito dagli otto anni di guerra con l’Iraq, aveva bisogno di ricostruire le proprie infrastrutture strategiche e alleggerire l’isolamento internazionale. Fu questa anche l’occasione per riavviare il programma nucleare civile: la centrale nucleare di Bushehr, la prima in Medio Oriente, fu il vero simbolo della cooperazione nucleare della Russia con la Repubblica islamica. Il progetto portò alla stabilizzazione dell’industria nucleare russa nel difficile periodo post-sovietico, segnato anche dalle conseguenze del disastro di Chernobyl e l’impiego diretto di migliaia di scienziati e tecnici russi contribuì a ridurre la disoccupazione nel settore.

Attraverso gli accordi militari l’Iran invece modernizzò l’esercito e cercò di incrementare significativamente la capacità di offesa marittima mediante l’acquisto di tre sottomarini di attacco. Sistemi potenzialmente di altissima valenza strategica, poiché così l’Iran avrebbe avuto modo di minacciare la chiusura dello Stretto di Hormuz, la vena giugulare di tutto il Golfo Persico e quindi via indispensabile per l’economia globale. Le cose non andarono come sperato. I motori dei sottomarini russi non erano adatti per le acque calde del Golfo e inoltre si scoprì che gli equipaggiamenti erano talmente obsoleti da non essere in grado di intercettare le navi in superficie. Si rischiò la crisi diplomatica. Con l’ascesa di Vladimir Putin, i rapporti si sono rafforzati ulteriormente, guidati da una visione di realismo strategico e multipolarismo, con l’obiettivo di riaffermare la presenza russa nello spazio post-sovietico e in Medio Oriente. L’Iran ha puntato sulla cooperazione con Mosca per consolidare le proprie capacità difensive, in particolare di fronte alla pressione militare statunitense e alla superiorità tecnologica israeliana. Gli accordi hanno garantito a Teheran l’accesso a sistemi d’arma avanzati (dai missili S-300 ai caccia Su-35) e offerto una protezione implicita grazie al ruolo della Federazione Russa nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu.
Sul fronte nucleare, la Russia ha adottato una posizione ambivalente: pur partecipando al negoziato multilaterale del P5+1, ha continuato a sostenere il diritto degli ayatollah allo sviluppo dell’energia atomica per scopi civili e ha mantenuto una linea di cooperazione tecnica con gli iraniani, nonostante le pressioni occidentali. Di fronte alla recente escalation tra Iran e Israele, Putin ha evitato ogni coinvolgimento diretto, preferendo un approccio calibrato che gli ha consentito di sostenere la Repubblica Islamica sul piano diplomatico senza compromettere i suoi rapporti con altri attori regionali come Israele, Turchia, Arabia Saudita ed Emirati. Questa postura riflette una logica di bilanciamento multipolare, in cui Teheran rappresenta un partner tattico utile nel contenimento dell’influenza occidentale, ma non un alleato al quale concedere una garanzia di difesa.

Nella visione di Putin, l’Iran resta un partner tattico nel contenimento dell’Occidente, ma non è centrale nella sua visione strategica. L’obiettivo prioritario resta l’Ucraina. Il conflitto israelo-iraniano, se ben calibrato, può distrarre gli Stati Uniti, far salire i prezzi del petrolio e intensificare la dipendenza di Teheran da Mosca, ma un’escalation incontrollata rischierebbe di destabilizzare l’intero scacchiere mediorientale e caucasico, danneggiando anche gli interessi del Cremlino. Ai tempi di Chicherin, l’antagonista geopolitico di Russia e Persia era Istanbul. In questa convulsa fase contemporanea sia Teheran che Mosca devono fronteggiare l’ostracismo della comunità (occidentale) internazionale e fare fronte comune alle sfide che i conflitti regionali, che hanno scatenato o dei quali sono stati oggetto, stanno ponendo alla stabilità, se non anche alla sopravvivenza dei rispettivi regimi. Un sostegno reciproco, di sopravvivenza, nella speranza di evitare il collasso.
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