Europa, senza forza non c’è autonomia

«L’Europa sta alla finestra», «L’Ue non tocca palla», espressioni da tempo in voga, reiterate con la guerra Usa-Israele contro l’Iran. Tralasciamo le polemiche, dalla pura valenza politica, sul se e chi Trump abbia avvertito tra i leader politici europei. Non si è dato la pena di informare il Congresso (dicesi informare, non chiederne l’autorizzazione come previsto dalla Costituzione), ma solo ha fatto sapere, a brevissima distanza dal via libera, ai suoi maggiori leader, quanto stava succedendo. Figuriamoci se mai poteva avere certe delicatezze con noi europei.
Sarebbe ozioso ripetere i motivi per cui l’Europa non gioca un ruolo di potenza militare in un mondo dove con la forza, con la guerra e non con il diritto internazionale si affrontano e tentano di risolvere le crisi geopolitiche. Basti notare una cosa. L’Europa è nata e cresciuta come potenza economica e normativa, come spazio di valori umanitari e libertà, con l’ambizione (totalmente fallita) di esportarli. Concentrata in ciò (dopo il tentativo Ced) non si è minimamente posta il problema di come divenire potenza militare, vedendo piuttosto la cosa come un disvalore.
Data la nostra impossibilità a influire su Washington, così come su Teheran, chiediamoci cosa dobbiamo fare per, appunto, divenire influenti. Ovviamente non tanto nelle crisi dell’oggi, ma in quelle di un futuro dove la forza militare, a partire dalla deterrenza, sarà l’ingrediente principale per tenere a bada chi minaccia la nostra libertà. In sostanza, come dare contenuto all’espressione «autonomia strategica». Significa dotarsi della capacità di non dover ricorrere agli Usa per le esigenze di sicurezza. Non significa uscire dalla Nato, ma contare di più in essa, o meglio farne una istituzione in grado di tutelare la nostra sicurezza in base a risorse da noi stessi fattevi confluire. Per farlo ci vuole una strategia unica, condivisa. Si potrà obiettare: non esiste. È vero.
La Francia la vede in un modo, la Germania in altro, l’Italia ha la sua (altalenante) visione. E se trovassimo il modo (siamo o no una unione di differenze?) di trarre vantaggio, integrandole, da queste diverse vedute? Invece di contrapporle, ciascuno potrebbe mettere i propri atout al servizio degli altri, per unirli in un quadro coordinato.
Iniziamo dalla Francia. Macron pensa a un’Europa potenza, vuole rafforzare il «pilastro europeo» nella Nato. La Francia è la sola potenza nucleare nell’Ue, propone di estenderle l’ombrello nucleare francese. Sostituendosi agli Usa. Certo, non arriva a proporre una condivisione nel decidere sull’uso dell’arma. Si riserva il bottone. Come gli Usa se lo riservano oggi. Sarebbe, comunque, un passo verso l’autonomia strategica, in attesa di una possibile condivisione, dati determinati sviluppi negli altri Paesi. Così la Germania, e le condizioni del bilancio pubblico glielo consentono, sta impulsando il riarmo. La sua politica della difesa prevede, oggi, una spesa di oltre 100 miliardi di euro, da portare a 130 entro il 2029. Poi dispone di un formidabile apparato industriale, per dotare adeguatamente il suo esercito, e contribuire alla modernizzazione di quelli di altri partner dell’Ue.
Noi non siamo né la Francia (non abbiamo il nucleare) né la Germania (non possiamo spendere altrettanto), ma godiamo (o siamo vittima) di una posizione strategica unica nel Mediterraneo, abbiamo una industria della difesa eccellente, anche se quantitativamente limitata: Leonardo, Fincantieri, per fare solo due esempi. Insomma, posizione strategica più industria.
Se questi tre soci fondatori dell’Ue di oggi, ai quali potrebbe aggiungersi la Polonia, ciascuno con il proprio ruolo, sapessero dare vita a una cooperazione rafforzata, o per dirla con Draghi, a un federalismo pragmatico nella difesa, l’autonomia strategica, per contare nello scenario geopolitico prossimo venturo, avrebbe una sua prima realizzazione politica. Lasceremmo la finestra, scenderemmo in campo, e la palla potremmo giocarcela con destrezza.
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