Giustizia, il referendum condiziona le Politiche del 2027

Ci mancava solo il referendum sulla giustizia per dare un’altra scossa alla campagna elettorale già avviata, in vista delle Politiche del 2027. Formalmente il voto del 22/23 marzo prossimo riguarda il quesito della separazione delle carriere dei magistrati. Di fatto, come sempre accade nelle consultazioni referendarie, si può esser certi che assumerà una spiccata valenza politica. Non sarà altro che il primo tempo di una partita che si chiuderà solo col voto politico dell’anno dopo.
Come si presentano ai blocchi di partenza i due poli? Se si guarda ai numeri, la partita è aperta. Ciò non toglie che lo stato di salute delle due coalizioni non sia troppo brillante. Emergono in ciascuno dei due fronti non pochi punti di debolezza.
Per quel che riguarda il centrodestra, non si può escludere che paghi lo scotto che di regola tocca a qualsiasi forza di maggioranza al momento della resa dei conti elettorale. Non è più vero quello che sosteneva (allora con ragione) Andreotti, e cioè il governo logora chi non ce l’ha. La sorprendente tenuta del consenso del centrodestra dopo tre anni di governo non è detto, insomma, che duri sino alla fine. Appalesa segni di cedimento, come s’è visto in settimana col voto contrario di tre parlamentari leghisti, cui si è sommata la diserzione dell’aula della maggioranza del gruppo del Carroccio sulla mozione di solidarietà con i manifestanti dell’Iran.
Da parte sua, il centrosinistra deve fare i conti con due handicap che mettono a rischio le proprie chances per la conquista della guida del Paese e soprattutto la sua credibilità di forza di governo. Gli handicap sono: la mancanza di una leadership riconosciuta e la persistente divergenza, che in qualche caso sfiora la contrapposizione, tra i due partner più importanti – Pd e M5s – su alcuni temi politici per nulla secondari.
In tempi in cui la politica si presenta con un volto e un nome, è evidente che ritrovarsi con un candidato premier dell’ultima ora costituisce un serio danno. Schlein insiste giustamente a battere sul tasto che un campo largo unito avrebbe i numeri per sloggiare la destra da palazzo Chigi. Sorvola però sul fatto che la politica non si riduce all’aritmetica. Conte non solo tiene sempre aperta la questione della scelta del candidato premier, ma tratta il patto elettorale come fosse un contratto nel quale i firmatari tengono a tener ben distinti i loro interessi.

Non c’è occasione utile in cui manchi di segnare le distanze dal Pd e il grave è che lo fa su un tema cruciale: la politica estera. È sempre stata la questione delle questioni. Ma lo è ancor più in tempi in cui il destino di ogni Paese è fortemente condizionato da quel che decidono grandi potenze e mercati finanziari. Lo stiamo sperimentando in questi mesi con la questione dei dazi e dei conflitti armati esplosi.
È vero che anche l’altro polo ha le sue gatte da pelare con Salvini e Vannacci che fanno stabilmente il contro canto – e da ultimo aperte dissociazioni – a Meloni su ogni tema. La differenza è che la Lega, diversamente dal M5s, non ha forza elettorale né politica per smarcarsi davvero dalla maggioranza e infatti si mette puntualmente – più o meno – in riga al momento decisivo di decidere la sorte del governo. Il leader del M5s – lo si è visto sugli aiuti militari all’Ucraina, sul raid americano in Venezuela, da ultimo sul sostegno ai manifestanti iraniani puntualmente si dissocia dal partito della rivale candidata premier. Specula sulla mancanza di alternative del Pd che, ancorandosi alla sola prospettiva del campo largo, si è consegnato mani e piedi al socio di minoranza, attribuendogli in tal modo un potere contrattuale unico.
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