Rosatellum, Melonellum e i battibecchi elettorali

Le proiezioni fatte con i sondaggi rivelano l’ovvio: col meccanismo vigente la destra faticherebbe ad avere la maggioranza dei seggi, o forse la otterrebbe per poco o in un solo ramo del Parlamento
La premier Giorgia Meloni - Foto Ansa/Ettore Ferrari © www.giornaledibrescia.it
La premier Giorgia Meloni - Foto Ansa/Ettore Ferrari © www.giornaledibrescia.it
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La riforma della legge elettorale per Camera e Senato sarà al centro del dibattito politico in questo lungo e difficile anno. Così com’è stata concepita, quella vigente non ha assicurato una maggioranza nel 2018, quando il Parlamento era diviso fra M5s, centrosinistra e centrodestra.

Del resto, data la frammentazione elettorale, sarebbe stato impossibile avere un polo o un partito che ottenesse la maggioranza assoluta dei seggi; non ci si sarebbe riusciti neppure con le ipotesi di riforma che circolano adesso. Ne ha poi data una ampia nel 2022, ma solo perché a un polo unito (il destracentro) si sono contrapposti centristi, centrosinistra e M5s (in pratica, l’opposizione ha avuto più voti della maggioranza, ma si è presentata divisa e le ha praticamente regalato la vittoria).

Le proiezioni fatte con i sondaggi rivelano l’ovvio: col meccanismo vigente la destra faticherebbe ad avere la maggioranza dei seggi, o forse la otterrebbe per poco o in un solo ramo del Parlamento, di fronte a un «campo largo».

Questa è la motivazione addotta dalla Meloni e dai suoi per cambiare la legge elettorale: se si vota, si rischia di non avere alcuna maggioranza, quindi di arrivare a un governo tecnico o di grande coalizione (che affosserebbe politicamente sia la Meloni, sia la Schlein). Di qui, l’offerta alle opposizioni di cambiare la legge insieme (col sottotesto neanche troppo nascosto, però, che la maggioranza procederà comunque a riformare il Rosatellum).

Alcuni osservatori hanno fatto notare che FdI e la premier sono fra i pochi (forse molto più di quelli del Pd o del M5s o dei centristi) che credono in un cartello delle opposizioni che si presenti unito e ampio alla prova elettorale del 2027.

La coperta del «campo progressista» è corta e Conte la tira sempre più dalla sua parte, costringendo talvolta la Schlein a inseguirlo o a subirne l’iniziativa, col risultato che i centristi e i riformisti sono molto tentati dal restare fuori dai poli (in tal caso la Meloni rivincerebbe anche con la legge attuale, quindi il problema di cambiare le regole non si porrebbe neanche; peccato che la premier non si fidi affatto e che creda che alla fine un cartello delle opposizioni possa nascere).

La riforma diventa inoltre un surrogato della revisione costituzionale per introdurre il premierato, perché non si capisce a che servirebbe toccare la Carta Fondamentale se la legge elettorale indicasse (sia pure in modo non vincolante) il candidato premier e se assegnasse al polo vincitore con più del 40% dei voti il 55% dei seggi; in altre parole, se la Meloni avesse un meccanismo che potrebbe darle altre cinque anni di governo dopo i cinque che verosimilmente farà in questa legislatura, diventerebbe superfluo toccare la Costituzione.

Ma, fatte queste premesse, non basta avere un progetto come quello di cui si parla. Bisogna confrontarsi con alleati e avversari. In primo luogo, il «Melonellum» sarebbe proporzionale con premio di maggioranza, quindi abolirebbe i collegi uninominali (che danno alla Lega più seggi di quanto le spetterebbe in proporzione ai voti) e provocherebbe sicuramente un «effetto traino» su FdI (Meloni) e Pd (Schlein) con l’indicazione del candidato premier sulle schede elettorali (questo a Forza Italia, Lega e soprattutto M5s non piace per niente), senza contare che tornerebbero le preferenze (per le quali alcuni partiti non sono attrezzati, quindi rischiano – anche qui – di pagare dazio in confronto ai due maggiori).

Inoltre, la possibile aggiunta del 3% di soglia di sbarramento anche per i partiti non coalizzati appare come una «polpetta avvelenata» che può far decidere Calenda a correre da solo, togliendo un pezzo al «campo progressista» (anche se verosimilmente Azione andrà ugualmente per conto proprio; semmai, i riformisti di Più Europa e Italia viva potrebbero essere tentati dalla corsa solitaria, ma al momento sembrano voler far parte del cartello del centrosinistra allargato).

E ce n’è un’altra, tutta a danno dell’opposizione: per il «campo progressista» scrivere sulla scheda il nome del candidato a Palazzo Chigi significa buttar giù dalla torre uno fra Schlein e Conte, cioè fra i due che farebbero di tutto per capeggiare anche formalmente l’area (la Meloni ha giocato spesso su questa divisione, che alla destra può fruttare parecchio).

Infine, tornando ai collegi uninominali, c’è l’impiccio derivante dal fatto che sono le camere di compensazione grazie alle quali i partiti maggiori accontentano (con più seggi sicuri) gli alleati: se viene meno il paracadute, ognuno raccoglie in base ai voti (cosa che può marginalizzare soprattutto la Lega, la quale rischia di trovarsi ininfluente in una coalizione che, al limite, potrebbe persino fare a meno di Salvini per imbarcare Calenda, dopo il voto).

Insomma, il tempo per varare la riforma è poco (non lo si dovrebbe fare, teoricamente, nei dodici mesi che precedono le elezioni) e le resistenze sono tante, ma se la Meloni vuole stare dieci anni a Palazzo Chigi (o sette, per poi traslocare al Quirinale) è necessario che la premier si aggiudichi una legge elettorale su misura.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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