Opinioni

Scanzi, la missione laica del giornalismo e la direzione come chiamata

L’addio a un giornalista, ma soprattutto a un amico e a un uomo che ha compiuto il viaggio della vita da uomo libero, credente aperto al confronto
Giacomo Scanzi, direttore del Giornale di Brescia dal 2005 al 2015 - Foto New Reporter Favretto © www.giornaledibrescia.it
Giacomo Scanzi, direttore del Giornale di Brescia dal 2005 al 2015 - Foto New Reporter Favretto © www.giornaledibrescia.it

Un giornalista, uno scrittore, uno storico, un docente universitario, ma innanzitutto un uomo libero da conformismi intellettuali e materiali. Un credente aperto al confronto e alle opinioni altrui perché saldo nei propri valori, quelli di un cattolico cresciuto nella Chiesa ambrosiana, maturato nello studio di quella bresciana, particolarmente di Paolo VI, del quale fu biografo.

Giacomo Scanzi, che ci ha lasciato a 67 anni dopo una breve malattia, è stato molte cose diverse, ma tutte legate da un filo comune: la curiosità e la profonda passione per la vita degli uomini e delle donne, per la loro esperienza su questa terra nella continua e disperata ricerca quotidiana di Dio. Uomini e donne concreti, di ieri e di oggi, frequentati nelle due vocazioni di Giacomo: il giornalismo e la Storia. La cronaca e lo studio del passato, filtrati attraverso la lente della fede. Quella popolare, laica, radicata nella vita, che gli era stata trasmessa dai suoi genitori, la mamma casalinga e il papà operaio. Una famiglia semplice, che conosceva il valore del sacrificio, della speranza e del riscatto. Giacomo era orgoglioso della sua origine come di quella unione esemplare.

La vita è fatta soprattutto di incontri, diceva, grato di poterne contare almeno tre fondamentali (accanto agli amici). L’amatissima moglie Paola, innanzitutto. Quindi Giorgio Rumi e Giuseppe Camadini, due figure che, pur su piani diversi, hanno segnato l’esperienza umana, culturale, morale e professionale di Giacomo Scanzi. Con Rumi, docente di Storia contemporanea alla Statale di Milano, si era laureato. Lo considerava il suo Maestro, colui che gli aveva insegnato il metodo, il senso e l’amore per la ricerca storica. Giuseppe Camadini, invece, è stato la sua guida nel cammino al Giornale di Brescia, dall’esordio come semplice redattore fino alla direzione. Il principale e paterno interlocutore di Giacomo nel difficile compito di coniugare la pratica quotidiana del mestiere con i valori di riferimento dell’Editoriale. Scanzi ha vissuto i dieci anni di direzione come chiamata, come missione laica nel segno della pastorale montiniana, libero però dagli integralismi.

Il suo approdo al mondo dei giornali era cominciato con la collaborazione alle pagine culturali di Avvenire. Ricordava spesso la prova entusiasmante del 1989, una serie di interviste agli intellettuali francesi in occasione del bicentenario della Rivoluzione. Lui, giovane laureato in Storia, di fronte a dei giganti della storiografia e del pensiero. Milanese come indole, esperienza e formazione, nel 1990 aveva vissuto con un certo disagio lo sbarco al Giornale di Brescia. Nuovi la città e l’ambiente, spesso lontani dai suoi interessi specifici gli argomenti da trattare nel lavoro quotidiano. Tenacemente, aveva raccolto e vinto la sfida, consapevole che la maturazione umana e professionale di ciascuno è un percorso lungo e accidentato, ma necessario. Specialmente in un giornale, perché consente di conoscere bene la realtà, gli strumenti, i contenuti, i colleghi.

Giacomo Scanzi nel 2016 - Foto New Reporter Favretto © www.giornaledibrescia.it
Giacomo Scanzi nel 2016 - Foto New Reporter Favretto © www.giornaledibrescia.it

Giacomo, tuttavia, non ha mai dismesso la veste che forse gli era più congeniale (sicuramente era la sua preferita): quella di insegnante. Per molti anni è stato assistente alla Statale, poi docente di Comunicazione giornalistica ed etica della Comunicazione all’Università Cattolica e all’Accademia Santa Giulia di Brescia. Amava insegnare, si dava ai suoi studenti. Forniva loro gli strumenti per crescere, spiccare il volo, pensare con la propria testa, costruire un’autonoma visione di vita. Suggeriva di leggere, fra gli altri, Guareschi, Simenon, Pasolini, Bauman, Malerba, Manzoni. Mondi, oltre che autori.

Lui stesso, negli ultimi anni, si era scoperto romanziere, capace di una scrittura ricca e raffinata. Giacomo ha firmato numerosi saggi e volumi dedicati al movimento cattolico lombardo e bresciano: «Milano intransigente» (dalla tesi di laurea), «Giuseppe Tovini, le opere e i giorni», «Paolo VI, fedele a Dio fedele all’uomo», «Paolo VI e il Novecento», per dirne alcuni. Ha scritto su personalità come Giuseppe Camadini e Giulio Bruno Togni. La sua vena di romanziere è maturata nel silenzio e nella solitudine. Da tempo aveva scelto di vivere a Loveno di Lozio, una sorta di ritiro dal frastuono, dalle banalità e dalle nefandezze del mondo. Un distacco fisico e morale. Come compagnia il computer, centinaia di libri annotati, la voglia di riflettere e di scrivere osservando le cose con disincanto.

È incredibile la coincidenza: Giacomo si è ammalato dopo avere chiuso due avventure editoriali, tanto faticose quanto straordinarie. Come se tutto fosse ormai compiuto. Il primo libro è «L’ultimo inverno del Novecento» (Marcianum) uscito nell’estate del 2025. Una storia al femminile di amore, amicizia, redenzione, ispirata a quello che Giacomo dichiarava fosse il libro della sua vita, «La porta stretta» di André Gide. Il secondo è «L’Odissea di Kazantzakis» (Marcianum), la versione in prosa della monumentale opera del poeta greco, costata a Scanzi quasi tre anni di lavoro. Già minato dal male, non poté partecipare alla presentazione del volume lo scorso aprile a Brescia. Mandò un messaggio, lucido e commovente, ricordando che la morte è parte essenziale della vita; l’unico elemento, in questi tempi folli, che costringe l’uomo a non ritenersi Dio. Nella nota introduttiva dell’Odissea, Giacomo scrive: «In quanto epopea della dissoluzione di Ulisse, quest’opera ha finito così per diventare una sorta di libro personalissimo della fine, la compagnia fedele della solitudine, il lessico dell’anatema su un mondo incomprensibile, l’immagine gloriosa della morte come unico atto eroico che possa vantare l’uomo comune». Quasi un presagio.

Eppure Giacomo aveva ancora tanto da dare e da dire. Alla famiglia, agli amici, a chi gli voleva bene, alla cultura. Nei mesi della malattia aveva cominciato a lavorare a un dizionario montiniano, con diciotto lemmi, da Amore a Vita, un compendio sul senso della nostra presenza terrena. Stava rivedendo le bozze di un nuovo romanzo, «Carolina e il gesuita», la storia dell’ultima vittima dell’Inquisizione francese. Non ha fatto in tempo. «Kazantzakis – scrive ancora Scanzi nella nota all’Odissea – traghetta Ulisse nel mare melmoso della mediocrità e lo àncora a una sola certezza: Dio è inseguire Dio nel vuoto! Non è importante l’approdo, eroico è il tragitto. Così l’Odissea attraversa, anche se per un solo istante, la nostra esistenza e, inevitabilmente, lascia un segno. Sempre che ci sia in giro qualcuno capare di gridare: Viva la libertà!». Quella che tutto dà e nulla chiede.

Giacomo ha compiuto quel viaggio, da uomo libero.

Ciao, amico mio.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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