Jérôme Gautheret: «Per fare la pace serve tempo, non equilibrio»

Il giornalista interviene alla Fondazione Micheletti in occasione del Festival della Pace: l’intervista
Jérôme Gautheret
Jérôme Gautheret
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«Nelle relazioni internazionali tutti si concentrano su come si arriva alla guerra, nessuno pensa alla fase successiva, ovvero a come si costruisce la pace». Jérôme Gautheret, già corrispondente del quotidiano francese Le Monde in Italia, spiega così le ragioni che lo hanno spinto nell’estate del 2023, insieme al collega Thomas Wieder, a scrivere il libro «Faire la paix. De Waterloo à la Bosnie. Six façons de mettre fin à une guerre», inizialmente pubblicato da Le Monde, e poi stampato in Francia da Novice (158 pp., 12,90 u). Gautheret sarà protagonista oggi (giovedì 13 novembre) alle 18 dell’incontro, condotto da Giovanni Sciola, «Fare la pace. Quando le armi tacciono e va ricostruita una nuova convivenza», appuntamento inserito nel fitto calendario del Festival della Pace, e che si svolgerà nella Sala Lettura Fondazione Micheletti, in via Fratelli Cairoli 9.

Gautheret, come nasce l’idea di questo volume?

Io e il collega Thomas Wieder abbiamo curato una serie di articoli e nell’estate del 2023, prima dello scoppio della guerra di Gaza, ma già ad un anno mezzo dall’invasione russa dell’Ucraina, abbiamo deciso di approfondire il tema della fase post-bellica. Tutti parlano delle ragioni per cui esplode una guerra, in pochi si concentrano su ciò che accade dopo. L’obiettivo era raccontare tutti i problemi che emergono dopo, ma fornendo anche una prospettiva storica. Per questo abbiamo scelto sei casi del mondo contemporaneo, a partire dalla fine delle guerre napoleoniche.

Oltre la ricerca storica quale era il vostro obiettivo?

Superare i luoghi comuni e certe letture che ad esempio venivano date sul conflitto in Ucraina che non rispecchiavano la realtà. A partire dall’idea per esempio che per fare la pace serva raggiungere un punto d’equilibrio. Io non credo che sia così.

Può spiegarci cosa intende?

Quando si fa la pace l’equilibrio è quello del momento, ma può cambiare velocemente. Pensiamo ad esempio al caso del conflitto tra Armenia e Azerbaigian in Nagorno-Karabakh. C’è stato un cessate-il-fuoco che è durato per due anni, poi Baku ha avuto nuovi interessi e con il sostegno militare turco e israeliano ha fatto saltare la tregua e riiniziato le ostilità.

Insomma i conflitti si interrompono, ma la pace è un’altra cosa?

Pacificare è un percorso lungo. Penso ad esempio alle guerre tra Francia e Germania, al conflitto franco-prussiano del 1871, alla Prima e alla Seconda guerra mondiale che secondo molti osservatori sono collegate, anche se la storiografia recentemente ne ha smentito la consequenzialità rispetto alle tensioni tra Parigi e Berlino. Ad ogni modo tra francesi e tedeschi è nata una diffidenza che solo un lavoro di generazioni ha permesso di smussare. Io sono nato in un piccolo paese della Borgogna di cui mio nonno era sindaco, lui era un vecchio gaullista che ha odiato la Germania ma che alla fine della vita è diventato amico dei tedeschi. Quando ero ragazzo ogni anno c’era una visita di cittadini tedeschi, a me non interessava, ma mio nonno ci teneva molto e mi diceva: «È una cosa molto importante. Dovete imparare a conoscervi e comprendere il peso della storia».

Nel libro è trattato anche il caso dell’Altro Adige.

Sì. Si tratta di una situazione complicatissima e su cui pesava una storia terribile. C’era un disprezzo profondo tra le parti, ma è stato costruito un percorso che ha permesso di garantire una coabitazione tra le popolazioni. A dimostrazione che pur partendo da una situazione molto complicata si è approdati ad una soluzione.

In Bosnia Erzegovina non è andata come era stato ipotizzato dopo gli accordi di Dayton. Perché secondo lei?

In quel caso gli Stati Uniti erano convinti che da super potenza potevano sostanzialmente imporre una pace, ovvero una volta conclusi i combattimenti poteva iniziare un percorso che avrebbe portato alla prosperità bosniaca. L’utopia liberista per cui con il commercio si può arrivare alla pace. Oggi in Bosnia sono come intrappolati e tutti stanno aspettando l’incidente che potrebbe riportare alla guerra.

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