Gaza, negazione impossibile del genocidio oltre il crimine umanitario

A fronte di quanto avvenuto a Gaza, nella speranza che la tregua sottoscritta giorni fa in Egitto possa essere duratura e costituire la premessa di un autentico processo di pace – speranza purtroppo fondata su basi assai fragili –, si continua a discutere di genocidio.
Un dibattito non certamente nominalistico, attinente una pura definizione terminologica, ma i cui risvolti evocano risultanze di rilevante portata sul piano storico, etico, politico, giudiziario. Sono almeno due le motivazioni tese, soprattutto in Israele, alla negazione che sia stato consumato un genocidio. In primo luogo il raffronto con l’Olocausto: l’idea cioè che quanto non presenti caratteristiche paragonabili o somiglianti alla Shoah non possa essere ricondotto a tale categoria. Ed in effetti, per più ragioni, i massacri di Gaza configurano un quadro che per un insieme di aspetti, soprattutto storici, non è immediatamente identificabile con lo sterminio degli ebrei perpetrato dal nazismo.
Tuttavia la Shoah, se è stata un «genocidio unico», non è stata l’unico genocidio della storia novecentesca: da quello degli Herero e Nama in Namibia ad opera dei colonizzatori tedeschi tra il 1904 e il 1907 a quello degli armeni nel 1915, dall’Holodomor dei primi anni Trenta in Ucraina dovuto al regime sovietico al Porrajmos delle popolazioni rom e sinte nel corso del secondo conflitto mondiale, dal genocidio cambogiano sotto il regime dei Khmer rossi alla seconda metà degli anni Settanta a quello in Ruanda nel 1994, sino a Srebrenica in Bosnia nel luglio del 1995. E pure altri casi si potrebbero citare: dal genocidio curdo dell’Anfal tra il 1986 e il 1989 da parte irachena, a quanto avvenuto nel Darfur dagli inizi del nostro secolo con centinaia di migliaia di vittime delle forze militari sudanesi.

In secondo luogo la motivazione di vasti settori dell’opinione pubblica ebraica volti a negare il genocidio di Gaza è dovuta al fatto che, come ha scritto Omer Bartov, un’autorità mondiale nel campo degli studi sui crimini di guerra, le violenze di massa e i genocidi, «è quasi impossibile accettare che lo Stato di Israele stia perpetrando un genocidio dato che ammetterlo significa minare la più propria ragione d’essere di Israele», vale a dire quella Staatsräson che ne riconduce la nascita alla reazione contro la Shoah.
Dunque a Gaza non solo crimini contro l’umanità, per il cui riconoscimento non è richiesta la dimostrazione di uno specifico intento di distruggere un particolare gruppo nazionale, etnico e religioso, e non solo crimini di guerra, per i quali il criterio di distinzione consiste nella mancata adozione di principi di proporzionalità – un ricorso alla forza che minimizzi i danni alle popolazioni civili –, ma un genocidio. Ed in effetti gli obiettivi dell’offensiva militare israeliana – distruggere Hamas, salvare gli ostaggi, garantire gli insediamenti (illegittimi) in Cisgiordania dagli attacchi loro portati – si sono progressivamente modificati a partire dalla primavera del 2024 quando ha avuto inizio un progetto di pulizia etnica volta a trasferire la popolazione palestinese e a rendere del tutto inabitabile la Striscia di Gaza fino a raderla al suolo e a distruggere tutta l’infrastrutturazione che rende possibile la sopravvivenza.
E questo sulla base della motivazione che l’intero popolo palestinese dovesse essere considerato colpevole degli orrori consumati a carico delle inermi vittime civili crudelmente massacrate il 7 ottobre 2023. Sono innumerevoli le dichiarazioni di esponenti militari, di leader politici, di rappresentanti del Governo israeliano volte a sostenere la necessità di «risolvere radicalmente la situazione», vista l’impossibilità di espellere la popolazione di Gaza dalla Striscia, come avvenuto nel caso della Nakba, l’esodo forzato dei palestinesi tra il 1947 e il 1948 al termine del mandato britannico.
L’operazione di pulizia etnica si è così evoluta in violenze indiscriminate sino a configurare gli estremi di una politica genocidaria della quale Netanyahu e il suo Governo in primis, ed evidentemente non gli ebrei, portano la responsabilità. Un’America che con Trump lo ha sostenuto sino ad imporgli un freno solo dopo l’attentato in Qatar, e un’Europa passiva e impotente: tutto questo per l’Occidente assume il significato di una crisi di civiltà a tal punto profonda da offuscare gli stessi fondamenti valoriali elaborati nel corso di interi secoli di storia.
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