L’Unione Europea alla prova della pace in Medioriente

La sfida è restare uniti e trasformare il proprio peso economico in una reale influenza politica nella Gaza del dopoguerra
Una manifestazione pro-Pal - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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È ancora presto dire se la guerra è terminata o se di sola tregua si tratta. Una fragile pace è, comunque, in cammino, e solo si può sperare vada lontano. Un piano c’è, quello di Trump, firmato dalle potenze garanti (Usa, Egitto, Qatar e Turchia), ma non dai contendenti.

A Sharm el-Sheikh era presente Antonio Costa, presidente del Consiglio europeo: «Insieme aiuteremo a ricostruire Gaza e a guarire le ferite», ha dichiarato. Il tema lo ha poi inserito nell’agenda della prossima riunione del 23 ottobre: «Discuteremo di come l’UE possa sostenere gli sforzi in corso per una pace giusta e duratura, saldamente ancorata alla soluzione dei due Stati, nonché la ricostruzione di Gaza». Da parte loro, sia la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, sia la vice-presidente rappresentante per la politica estera Kaja Kallas, hanno pienamente sostenuto gli accordi.

Ma cosa si propone di fare l’Ue? Per il momento non esiste un piano ufficializzato in un documento; tuttavia, le dichiarazioni dei suoi vertici consentono di ricostruire le possibili linee di sviluppo. L’Ue mira a ritagliarsi un ruolo di «potenza civile garante». Con l’obiettivo principale di favorire il ritorno di un’amministrazione civile a Gaza, sotto un’Autorità nazionale palestinese (Anp). Quella attuale andrebbe, tuttavia, riformata, escludendo, in primis, ogni ruolo per Hamas. Elemento centrale della strategia è la partecipazione al nuovo Board of Peace, l’organismo internazionale previsto dal piano Trump, cui spetterebbe il compito di sovrintendere alla transizione post bellica. Una sorta di «consiglio di pace» per monitorare le condizioni di sicurezza, gestire la ricostruzione e accompagnare il graduale trasferimento dell’autorità all’Anp.

Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea - Foto Afp/Nicolas Tucat © www.giornaledibrescia.it
Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea - Foto Afp/Nicolas Tucat © www.giornaledibrescia.it

Secondo elemento della strategia Ue è l’appoggio economico. Come nello stile della casa condizionato a riforme istituzionali: misure anticorruzione, maggiore trasparenza amministrativa, rafforzamento dello stato di diritto, rispetto dei diritti umani. Sono circa 1,6 i miliardi di euro stanziati da Bruxelles per il triennio 2025-’27. In terzo luogo, la volontà di riattivare due missioni già in atto e poi sospese. La prima è Eubam Rafah, istituita nel 2005, incaricata della gestione, appunto, del valico con l’Egitto. La seconda è Eupol Copps, il cui obiettivo è rafforzare la capacità dell’Anp di garantire sicurezza e ordine pubblico tramite una polizia civile moderna e una magistratura efficiente.

Riguardo a Israele Bruxelles potrebbe sospendere parti dell’Accordo di associazione e imporre sanzioni mirate contro ministri o coloni responsabili di violenze. Alcuni ministri israeliani, ma era inevitabile, hanno definito «controproducente» il linguaggio europeo sulle sanzioni. Certo, tutto quanto l’Ue si propone di fare, e le posizioni diverranno più chiare già dal prossimo Consiglio europeo, richiede un consenso tra i Ventisette. A meno di ciò l’Ue rischia, ancora una volta, di essere spettatrice del processo.

Quali le posizioni degli Stati membri? Francia e Spagna vedono nell’iniziativa una «opportunità storica» per la sicurezza e il riconoscimento reciproco. Dalla Germania è venuto un sì prudente, ma ogni passo dovrà essere compatibile con le esigenze di sicurezza di Israele. Da noi, una volta tanto, si profila un accordo bipartisan per un ruolo di primo piano dell’Europa nella gestione dei valichi e nel Board of Peace.

L’amministrazione Trump vede sì nell’Ue un partner finanziario indispensabile, e altro non potrebbe essere, ma intende mantenere la guida strategica del processo di pace. In conclusione, agli elementi del possibile piano europeo per Gaza si può solo guardare in modo positivo. Restano, come sempre, le perplessità sul suo possibile successo. Perché tutto dipenderà dalla capacità dell’Ue di restare unita e di trasformare il proprio peso economico in una reale influenza politica nella Gaza del dopoguerra.

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