Una comunità di perseguitati, vittime di un’epurazione selvaggia, estromessi dalla vita pubblica: è questa la raffigurazione di sé che i fascisti post 1945 propongono per descrivere la propria condizione nell’Italia repubblicana.
Quanti insomma non solo non rinnegano la propria adesione al movimento fondato da Mussolini, ma esaltano il passato regime sino alla militanza nel Msi. Una raffigurazione avvalorata da quegli studiosi che parlano di «esuli in patria», vale a dire di emarginati cui sarebbe stato impedito di svolgere un’attività politica o culturale che non fosse periferica. E pur tuttavia come documenta un giovane, ma già affermato studioso, Andrea Martini, nel suo «Fascismo immaginario» (Laterza, 228 pp., 22 euro), sin dagli anni dell’immediato secondo dopoguerra è operante in Italia una comunità volta ad elaborare una «memoria nera», un’«altra memoria» e a riscrivere il passato costituito dal Ventennio e dalla guerra civile, mettendo in circolazione versioni dei fatti che propongono appunto un «fascismo immaginario», mai esistito, scostato dalla effettiva realtà storica.




