Esule da Pola, Sergio Endrigo scrive con Roberto Stanich un testo di grande suggestione: «da quella volta non ti ho trovato più strada fiorita della gioventù. Come vorrei essere un albero che sa dove nasce e dove morrà».
Espressioni che bene rendono il senso di smarrimento e la condizione di sradicamento che afferrano i profughi giuliano-dalmati costretti all’esodo in seguito al trasferimento alla Jugoslavia delle provincie di Zara, Fiume e Pola, una delle clausole del Trattato di pace firmato a Parigi il 10 febbraio del 1947. Sono circa 300mila i cittadini italiani che trovano riparo nella penisola andando incontro a situazioni di estremo disagio – sofferenze morali e privazioni materiali – cui solo un processo faticoso e lungo di integrazione nella vita del Paese porrà rimedio. Un percorso assai travagliato di inserimento che, per quanto attiene all’area bresciana, trova oggi una approfondita e meritoria ricostruzione nello straordinario lavoro di Giovanni Spinelli dedicato appunto all’esodo, «da profughi a cittadini».




