Più o meno Europa? Un dilemma che blocca l’Italia

In Italia l’opinione pubblica è divisa tra i forti sostenitori dell’europeismo e gli antieuropeisti: il risultato è che il nostro Paese resta fermo quando tutti gli altri corrono
La bandiera europea - © www.giornaledibrescia.it
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Abbiamo bisogno di più o di meno Europa? Quando parliamo di Europa, pensiamo a uno Stato federale o ad uno confederale? Per intenderci, guardiamo alla Germania dei Länder o all’«Europa delle nazioni» di De Gaulle? Costruire uno Stato sovranazionale è già di per sé un’impresa ciclopica.

Se poi non si è nemmeno convinti che valga la pena di imbarcarsi in un’impresa di tale portata, allora le cose si complicano maledettamente. Purtroppo è questa la nostra condizione. In Italia – come, più o meno, in tutto il continente – l’opinione pubblica è divisa in due schiere, con una leggera prevalenza degli europeisti che diventano nettamente preponderanti quando si passa ad esaminare gli orientamenti dei governi. Lo vediamo a casa nostra. Abbiamo un Salvini che vuole «più Italia e meno Europa» e all’estremo opposto un Magi segretario di un partito che nel nome ha voluto richiamare la sua missione: «Più Europa». Sono i due estremi, mentre le altre forze politiche hanno gradazioni diverse di europeismo o di antieuropeismo.

L’Italia riproduce pari, pari la divisione che regna in tutta Europa. Si tratta di una divisione che condanna il Vecchio continente ad una condizione irrilevante, che lo riduce ad un paria in un mondo di potenti/prepotenti. Un solo dato illuminante dei costi sopportati dall’Europa per la sua minorità politica.

L’Ue ha speso più dell’America nella difesa dell’Ucraina e deve assistere da semplice spettatore ininfluente alle trattative per la pace, monopolizzate dagli Usa in combutta con l’aggressore. Oltre al danno, l’Europa è per di più predestinata a sopportare anche la beffa: dovrà infatti accollarsi i costi della futura ricostruzione della Kiev devastata da Putin lasciato libero di bombardarla da Trump.

Trump e Putin - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Trump e Putin - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Siamo alla confutazione del postulato messo a fondamento del progetto originario di un’Europa unita. La sua forza economica avrebbe dovuto funzionare da volano per un suo prossimo venturo protagonismo politico. L’assunto di un futuro di pace e di sicurezza è crollato. Si dava per sicura la persistenza di un protettore, gli Usa, che ora si defila. L’Europa si è scoperta improvvisamente sguarnita. In un mondo popolato da (pre)potenti alla Ue essere una delle prime economie planetarie non le basta. Anzi, li incita ad avvantaggiarsi della sua minorità politica (e militare). Dura lex, sed lex.

Del rispetto di questa legge gli euroscettici non vogliono sentir parlare. Pensano che i singoli Stati non debbano in nessun modo rinunciare ad una loro piena sovranità. Snocciolano tutti i danni di una sua amputazione. Si guardano bene, però, dall’enumerare i danni del dover vivere in un mondo alla mercè delle grandi potenze, senza le difese di un tempo. Dovrebbero chiedersi invece: come potremo provvedere alla nostra incolumità? Che fine farà, al primo sconquasso dei mercati, la nostra moneta (e il nostro, gigantesco debito pubblico)? Prevale in loro la nostalgia di un (falso) bel tempo passato. Si dimenticano che l’Italia nell’ultimo quarto di secolo è passata da una svalutazione (e da un’impennata dell’inflazione) all’altra.

Di questa dura lex si fanno invece un punto di forza i fautori di un’Europa unita. Considerano irrevocabile la globalizzazione. Conseguenza: o ci attrezza adeguatamente o ci si condanna all’irrilevanza. Questo, in parole povere, significherebbe consegnarsi a una condizione di perdenti a tutto campo: perdenti della nostra sicurezza e perdenti, a tempo, della nostra libertà e prosperità. Anche la loro impostazione accusa però un limite: guardano al futuro, ma non tengono conto del passato.

Non tengono conto degli orgogli nazionali consolidati, delle opinioni pubbliche che alla vista del mostro della globalizzazione pensano di salvarsi mettendo la testa sotto la sabbia, cercando un illusorio riparo nella «piccola patria». Per essi il ritorno al passato è la salvezza, per gli altri è la rovina. Il risultato è che l’Europa, l’Italia, bloccate dal braccio di ferro ingaggiato dai contendenti, restano ferme quando tutti gli altri corrono. A pochi altri casi il motto «chi si ferma è perduto» si applica a pennello come al nostro.

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