Per un riscatto Ue: quello che Draghi non ha detto

«La forza economica è condizione necessaria ma non sufficiente per avere forza geopolitica». È la frase chiave del discorso di Mario Draghi al Meeting di Comunione e Liberazione. Riflette il peccato originale. L’Ue, di oggi è nata come un progetto di integrazione economica. Il trattato di Roma non prevedeva forme di unione politica. Una debolezza, della quale i Padri ne erano consci, ma era quanto potevano allora fare. Comunque, sufficiente ad eliminare «la tendenza dell’Europa a scivolare nel conflitto».
Così la costruzione europea è cresciuta sino a divenire il maggior blocco economico del mondo. Sempre portandosi dietro il «peccato originale». Uno stato riassunto nella formula: gigante economico, nano politico. Tuttavia, una cosa era esserlo nel mondo di ieri, ben altro è nel mondo di oggi. Se potevamo permetterci uno scarso peso politico in un mondo sostanzialmente pacifico e incline a dotarsi di regole comuni, prima il Gatt e poi il Wto, ora, in un mondo decisamente più anarchico e autoritario, è un lusso di troppo, anzi dannoso.
L’Europa alla finestra, spettatrice, secondo il Draghi-pensiero, di quanto (di terribile) succede nel mondo, spiega perché lo scetticismo nei suoi confronti «abbia raggiunto nuovi picchi». Dovuto alla sua incapacità di difendere i valori di pace, democrazia, libertà e via dicendo. Ma come potrebbe l’Europa trasformarsi da spettatrice in protagonista? A questo punto, Draghi, crogiolandosi nel suo Rapporto sulla competitività, ha indicato due dimensioni: il mercato interno e la tecnologia.
Del primo ha (ri)messo in evidenza i limiti, in primis l’esistenza di dazi interni, nella forma di barriere non tariffarie. Della seconda, di fatto un aspetto del mercato interno, ha rammentato come la dimensione degli investimenti richiesti sia tale da eccedere le capacità di ogni singolo Paese membro. Di qui la necessità di collaborazioni intra-Ue e di forme di debito comune. Un modo, e qui è tornato a crogiolarsi, per fare «debito buono». Ha riconosciuto, Draghi, come uno sforzo di adattamento tecnologico sia in corso, grazie al settore privato, mentre: «... è rimasto indietro il settore pubblico dove sono più necessari i cambiamenti decisivi». Con una serie di «devono» ha poi indicato ai governi l’agenda per una buona, perché di quadro, politica industriale.
Per quanti credono nei mercati liberi e integrati, nella concorrenza, nell’imprenditorialità innovatrice, mentre diffidano dello Stato imprenditore, nulla di meglio. Ma sorge un problema. Draghi ha riproposto i canoni per un’Europa potenza economica. E la potenza politica? Ha dimenticato quelli di cui, nell’incipit del discorso, lamentava la mancanza. Si è mantenuto nel suo ruolo di economista, non andando oltre. Nel suo crogiolarsi non si è ritagliato il ruolo di politico.

Forse, ai giovani cui si è rivolto, era necessario altro messaggio, o per lo meno un messaggio integrato. Da cosa? La condizione necessaria per un’Europa potenza geopolitica, per avere ad esempio un ruolo di peso nei negoziati per la pace in Ucraina, sta in un’opera titanica, quella di una profonda riforma del trattato. Per limitarsi ai maggiori spetti: superamento dell’unanimità, un vero (non un suo simulacro com’è quello attuale) ministro europeo degli Esteri, un qualcosa di simile per la difesa, unificazione delle presidenze della Commissione e del Consiglio europeo.
Opera titanica appunto, forse non alla portata di questa generazione di politici, ma per la prossima. Spetterà ai giovani di oggi eleggerla ed esserne parte. Commentatori hanno rimarcato come abbia «sferzato l’Europa». Ci stava anche, in senso positivo, ma è mancata, una sferzata ai giovani, un forte incitamento, per impegnarsi a fare quanto i Padri non hanno fatto, a superare gli egoismi, a volare alto, ad andare oltre il campanile, ingredienti per un’Europa potenza politica Nell’interesse e beneficio della loro generazione.
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