Opinioni

Non basta l’Europa unita per salvare l’Ucraina

Per farlo serve la partecipazione di Washington: gli Stati Uniti e le loro risorse militari sono indispensabili in questo quadro geo-politico
Mario Del Pero

Mario Del Pero

Editorialista

I leader europei alla Casa Bianca - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
I leader europei alla Casa Bianca - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Poco poteva sortire, questo improvvisato vertice transatlantico messo in piedi in risposta al summit Putin-Trump di pochi giorni fa. Se non cercare di frenare quelle che a molti sono parse come delle improvvide concessioni del presidente statunitense. Ribadendo, al contempo, una unità europea sul dossier ucraino non scontata e per la quale molto si stanno spendendo i principali leader del Vecchio Continente, inclusa la stessa presidente del Consiglio Giorgia Meloni. La preoccupazione dell’Europa, e quella che ha ispirato questa inusuale iniziativa, è evidente: un accordo tra Russia e Stati Uniti.

Accordo che – privo di un concreto impegno di questi ultimi alla difesa di Kiev e con importanti concessioni territoriali a Mosca – apra la strada a un nuovo inglobamento dell’Ucraina in una sfera d’influenza russa che Putin intenderebbe poi estendere ulteriormente ad altri paesi limitrofi. Ecco perché, al vertice di Washington, i principali paesi europei sono andati tanto per esibire quanto per chiedere.

Hanno ostentato, appunto, questa loro piena unità; hanno messo sul tavolo lo sforzo significativo compiuto in questi mesi nell’ambito della difesa, con i loro programmi di riarmo, il loro sostegno militare all’Ucraina, il loro finanziamento di tecnologia bellica statunitense trasferita a Kiev, la loro formale accettazione della soglia (del tutto irrealistica) di una spesa militare che arriverebbe al 5% del Pil. E hanno espresso una volta ancora piena solidarietà a Zelensky, arrivando addirittura a presentare come scopo del viaggio anche il desiderio di proteggerlo da eventuali intemerate trumpiane, come quella umiliante subita il febbraio scorso.

La strategia europea è chiara. Poggia sull’assunto che le velleità espansionistiche, dirette o indirette, della Russia non si fermino all’Ucraina. Che una linea del contenimento di questo espansionismo vada tracciata con fermezza laddove esso è finora giunto. E che eventuali concessioni territoriali a Mosca – formalizzate o meno – debbano essere bilanciate da una garanzia securitaria a Kiev: da un impegno, verosimile e solido, a difendere l’Ucraina e garantirne la sovranità. Garanzia, questa, che necessita di un deterrente credibile ed efficace. Che gli europei, da soli, in questo momento non sono però in grado di offrire.

Ed è su questo che a Washington l’ostentazione – di forza, risolutezza, unità – si è intrecciata con la richiesta: di un impegno e di un pieno coinvolgimento degli Stati Uniti medesimi. Difficile credere che nelle principali capitali europee non si sappia che la Russia non restituirà mai la Crimea; o che qualsiasi assetto territoriale futuro non sarà definito dall’andamento della guerra e dalla linea del fronte nel momento in cui si dovesse giungere a quella tregua propedeutica a qualsiasi accordo e negoziato. In base agli assunti di cui sopra, queste saranno però concessioni accettabili, ancorché molto pesanti, solo se bilanciate dalla certezza che i costi di una nuova guerra sarebbero, per Mosca, pesantissimi e tali da avere un credibile effetto dissuasivo.

La conferenza stampa - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
La conferenza stampa - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Perché questo si realizzi vi è però bisogno degli Stati Uniti e delle loro impareggiabili risorse di potenza. Nulla, in questo disegno, è realizzabile se Washington non partecipa, facendo mancare il suo sostegno militare o sfilandosi da un efficace regime sanzionatorio, che estenda se necessario quello attualmente in vigore. Ed è questa la grande incognita oggi. Con un’opinione pubblica americana che, da sondaggi, sembra tornare a chiedere fermezza nei confronti della Russia; con influenti senatori repubblicani sulla stessa linea. Ma con un’amministrazione e un presidente che – nei loro schemi neo-imperiali e, in Europa, bipolari – paiono invece inclini ad adottare un’altra posizione, come ben si è visto ad Anchorage.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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