Europa vaso di coccio, in ritardo e senza risorse

I governi europei faticano enormemente a far proprio il celebre monito di Draghi, da lui ripetuto a Rimini, «whatever it takes»: «Fare tutto il necessario» per salvare l’Europa
Trump con i leader europei alla Casa Bianca - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Trump con i leader europei alla Casa Bianca - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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Il ricevimento regale in Alaska offerto da Trump a Putin, un ricercato dalla Corte penale internazionale per crimini di guerra, ci aveva lasciato allibiti. La successiva accoglienza a Washington, inaspettatamente cordiale riservata agli alleati europei (fino al giorno prima trattati da nemici), ci ha poi confortato.

Abbiamo pensato che la solidarietà atlantica di Trump fosse rispuntata sotto la coltre di insulti («siete parassiti, scrocconi, patetici»), generosamente elargiti agli storici partner della Nato nei suoi primi sei mesi di presidenza. La comprovata aleatorietà dei suoi pronunciamenti doveva mettere in allerta la delegazione europea sul fatto che la buona accoglienza era dovuta soprattutto (o solo) a una formalità del galateo diplomatico. L’interesse a imbonirsi degli interlocutori, dei quali ha bisogno per intestarsi il successo della pace in Ucraina, suggeriva al padrone di casa di usare le buone maniere.

Ciò non toglie che han fatto bene i sette premier del Vecchio continente non solo a fargli visita a Washington, ma anche a blandirlo per cercare di ingraziarsi, se non la solidarietà, almeno una sua buona disposizione nei loro confronti. Non c’era da farsi illusioni sulla possibilità di strappargli un appoggio anche solo per ricontrattare, tantomeno per rigettare le condizioni capestro che Putin ha posto – e continua a porre – per metter fine alla sua aggressione. Il rispetto del galateo diplomatico non può oscurare la realtà dei fatti. Da Anchorage non è venuta nessuna delle tante buone nuove attese: nessun cessate il fuoco in Ucraina, nessuna sanzione alla Russia. Lo zar voleva, vuole ed ha ottenuto quello che gli preme: guadagnare tempo, scongiurare sanzioni, avere le mani libere per proseguire il suo disegno imperialistico.

I leader europei alla Casa Bianca - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
I leader europei alla Casa Bianca - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Questo per guardare all’immediato. Ci sono poi, se vogliamo parlare ancor più chiaro, tre dati di fondo inoppugnabili che riguardano l’indirizzo politico dell’amministrazione Trump. Primo: il tycoon ragiona solo in termini brutali di convenienza economica e finanziaria. Di principi, di valori, di legami di solidarietà non fa – e non vuol sentire – parola. La sua è un’impostazione coerentemente, rigidamente imperialistica. Secondo: nessun organismo internazionale, nessuna Onu, nessun trattato di alleanza, nessuna Nato, nessun vincolo sovranazionale, nessuna Corte penale internazionale, devono intralciare le sue ambizioni di potere. Fine del multilateralismo, via libera all’unilateralismo.

Terzo: l’alfiere di Make America Great Again porta alle estreme conseguenze l’indirizzo che da ormai tre presidenze (Obama, Trump I, Biden) l’America segue in politica estera. L’interesse preminente degli Usa è di presidiare lo scacchiere dell’Estremo oriente, arginare la potenza della Cina, contrastare la sua ambizione a divenire il punto di riferimento di un nuovo ordine mondiale. Poco, pochissimo interesse nutre a mantenere nel Vecchio continente il suo storico presidio alla minaccia della confinante Russia. Con grave ritardo e con non poche contraddizioni, le cancellerie europee hanno preso coscienza che non possono più far conto sugli Usa per la difesa dei loro Paesi.

L’Occidente come comunità politica che condivide lo stesso patrimonio di valori e di istituzioni non esiste più. Passare dalle parole ai fatti, però, il passo è lungo e impervio. I governi europei faticano enormemente a far proprio il celebre monito di Draghi, da lui ripetuto l’altro ieri a Rimini, «whatever it takes»: «Fare tutto il necessario» per salvare l’Europa. Per esistere come soggetto di politica internazionale, il Vecchio continente deve dotarsi delle necessarie risorse: economiche, diplomatiche, soprattutto militari. Non c’è sovranismo che tenga capace di garantire ad un singolo Stato europeo di assicurarsi un posto nel consesso mondiale.

Più ancora in ritardo dei governi è l’opinione pubblica. Non vuol prendere atto che l’Europa è un vaso di coccio tra vasi di ferro: Cina, America, Russia, presto anche l’India. Pensa giustamente con orrore alla guerra. Disdegna le armi. Non dice, però, come possa difendere la sua libertà, la sua democrazia, il suo benessere in un mondo popolato, non da pecore, ma da lupi, con Trump e Putin che se la intendono per spartirsi zone d’influenza, a danno dell’Ucraina e della stessa l’Europa.

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