Fabbri: «Egemonia americana contrastata, noi europei spesso subalterni»

Il direttore della rivista di geopolitica «Domino» sarà ospite stasera, sabato 23 agosto, a Ponte di Legno per l’ultimo incontro del «Sentiero Invisibile Festival»
Vladimir Putin e Donald Trump - © www.giornaledibrescia.it
Vladimir Putin e Donald Trump - © www.giornaledibrescia.it
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Mai come in questo periodo la politica internazionale fa discutere e richiede chiavi interpretative. Per fornire uno sguardo lucido e una voce fuori dal coro la quarta edizione del «Sentiero Invisibile Festival» si chiude stasera alle 21 al Palazzetto dello Sport di Ponte di Legno con l’incontro con Dario Fabbri (ingresso gratuito). L’analista geopolitico e direttore della rivista Domino sarà intervistato dal giornalista Massimo Tedeschi in una serata dal titolo «Perché il mondo brucia?».

Partiamo dal quadro generale: che mondo stiamo vivendo?

Viviamo in una fase di egemonia contrastata. Fino a vent’anni fa la supremazia americana era indiscutibile, oggi è sfidata apertamente. La Russia ha invaso l’Ucraina, l’Iran si muove con crescente determinazione verso l’arma atomica, l’India non teme i dazi americani e continua a sostenere economicamente Mosca, la Cina appare sempre più centrale. Questi attori non accettano più di vivere sotto l’egida occidentale. L’Europa, che resta l’area con la qualità della vita più alta ma anche la più anziana e timorosa, percepisce questo rimescolamento come una minaccia esistenziale.

Quanto è cambiato l’atteggiamento americano con Trump?

Moltissimo. Per decenni ci siamo raccontati come alleati paritari di Washington, ma eravamo province inconsapevoli. Gli Stati Uniti oggi, depressi e rabbiosi, hanno meno tempo da dedicarci. Ci chiedono denaro in forma di dazi e ci impongono di riarmarci per presidiare almeno il continente europeo. Trump lo dice senza infingimenti: gli europei sono parassiti che vivono alle spalle americane. In realtà è la manifestazione di un impero in difficoltà che scarica sui clienti parte del proprio peso.

Eppure Trump non ha pieni poteri sui dazi.

Esatto. La Costituzione assegna la competenza al Congresso. Non è escluso che la Corte Suprema dichiari illegittime alcune misure. Ma intanto la forza dialettica di Trump funziona, perché dietro c’è pur sempre la prima potenza del pianeta. Gli europei avrebbero potuto resistere, ma la paura ci paralizza: temiamo persino l’ombra di un dazio al 30%.

Dario Fabbri
Dario Fabbri

La Cina in questa fase sembra quasi in secondo piano. È davvero così?

Tutt’altro. È il convitato di pietra di ogni discussione. L’obiettivo americano è congelare la guerra in Ucraina per staccare la Russia da Pechino. La Cina, dal canto suo, teme proprio questo e moltiplica i gesti di seduzione verso Mosca, come la presenza di Xi Jinping accanto a Putin nella parata del 9 maggio, da un punto di vista simbolico un gesto molto significativo. All’interno, il Paese è diviso: una costa ricca, legata al commercio estero, e un entroterra di 700 milioni di persone con standard di vita bassissimi. Le contraddizioni non sono lontane da quelle statunitensi.

Qual è allora il senso dei dazi americani contro Pechino?

Servono a escluderla dalle filiere tecnologiche strategiche, a cominciare dai semiconduttori, e a ridurre il suo enorme surplus commerciale. Surplus che la Cina trasforma in spesa militare e trasferimenti di ricchezza all’entroterra per mantenerne la stabilità. Washington sa che senza frenare la crescita cinese il confronto finale nell’Indo-Pacifico sarà più difficile.

E noi europei, che ruolo abbiamo?

Il nostro è un ruolo subalterno. Abbiamo sbraitato sui dazi, ma poi abbiamo ceduto. Sul riarmo annunciamo piani faraonici che non vedremo mai, anche se un minimo incremento sarà inevitabile. In sostanza, restiamo clientes dell’Impero: alleati quando va bene, province quando va male. L’Europa non dispone né di una strategia comune né della volontà politica per emanciparsi davvero.

A proposito, di cosa parla il prossimo numero di Domino?

S’intitolerà Europei brava gente. Raccontiamo come gli imperi, ieri e oggi, trattano i propri clientes. Analizziamo i diversi approcci dei Paesi europei, dalla Germania al Regno Unito, passando per Francia e Italia, rispetto alla richiesta americana di riarmo. È un modo per capire quanto poco margine di autonomia abbiamo, e come ci muoviamo più da province che da attori sovrani.

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