Opinioni

Erdogan è il vero vincitore politico del vertice Nato

Il governo turco si muove con sapienza nei confronti della Casa Bianca e ha saputo approfittare delle tensioni euroatlantiche
Angelo Santagostino

Angelo Santagostino

Editorialista

Il presidente turco Erdogan - Foto Epa © www.giornaledibrescia.it
Il presidente turco Erdogan - Foto Epa © www.giornaledibrescia.it

Due settimane fa il segretario alla difesa americano Pete Hegseth annunciava una revisione, entro sei mesi, della presenza militare statunitense in Europa. Tali dichiarazioni facevano seguito a quelle, di inizio giugno, sulla decisione di non fornire più ai propri alleati supporti navali e aerei in caso di attacco a una qualsiasi di esse.

Nel mentre si accentua la separazione tra Usa ed Europa in termini di difesa, cresce la prossimità tra i primi e la Turchia. Emergono due tendenze opposte. Il nuovo corso di Washington con la Turchia si è concretizzato con l’autorizzazione a esportare motori della General Electric per il programma del caccia turco Kaan. Ciò fa seguito ad anni di rapporti complessi per via dell’acquisto turco dei missili russi S-400, a seguito del quale la Turchia era stata esclusa dal programma degli aerei F-35.

Viene, così, rilanciata la cooperazione Usa-Turchia in campo militare. Queste le premesse al vertice della Nato, dal quale la Turchia intende uscirne vedendo rafforzato il proprio ruolo all’interno dell’Alleanza atlantica. Insomma, vuole utilizzarlo come un trampolino di lancio delle sue ambizioni come potenza Nato. Erdogan si propone di sfruttare, sia a fini di strategia geo-politica sia a fini interni, tre fattori.

Primo, i contrasti euro-americani, fortemente acuitisi con la guerra in Iran, sulla quale, con la sua usuale ambiguità, ha conseguito di rafforzare i legami con Trump e a mantenere contatti con il governo iraniano, perdonando persino il lancio di missili verso il territorio turco. Secondo, gli indubbi successi dell’industria turca della difesa, ora portata come esempio per gli europei. A farlo ci ha pensato, prima, l’ambasciatore di Trump presso la Nato, Matthew Withaker, profondendosi in un elogio: «Gli alleati della Nato dovrebbero imparare dalla base industriale di Ankara».

Dal canto suo, il Segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha dichiarato: «La Turchia è estremamente importante per la Nato, in quanto possiede uno degli eserciti più forti dell’Alleanza. Le sue forze armate sono molto ben equipaggiate e addestrate, e la Turchia ha il vantaggio di un’industria della difesa di enorme portata». Non altrettanto ha detto per l’industria della difesa europea.

Terzo, Erdogan mira a porre la Turchia quale perno della sicurezza nella regione medio-orientale. Come già detto, mantiene il dialogo con l’Iran. Controlla la Siria post-Assad, dopo aver aiutato la presa del potere da parte di Ahmed al-Sharaa. È riuscito a migliorare i rapporti con l’Iraq, non solo in tema di sicurezza - il Pkk è ora un’organizzazione vietata nel Paese - ma anche nei rapporti economici (commercio e investimenti) e nell’energia. Rimane aperto il dialogo politico con la Russia, in giugno il ministro degli Esteri Hakan Fidan è stato ricevuto da Putin, con questi a definire i rapporti con la Turchia «amichevoli e in espansione».

Tutto ciò avviene mentre continua il deterioramento della democrazia turca. Complici le elezioni politiche e presidenziali, di qui a due anni (se non anticipate), la stretta sulle opposizioni si fa più dura. L’Ue si barcamena tra il mantenere le sue preoccupazioni per lo stato delle libertà politiche turche e la consapevolezza di come la cooperazione con la Turchia nella difesa sia sempre più inevitabile.

Il vertice di Ankara appare destinato a sancire questo mutamento degli equilibri. Più gli Stati Uniti riducono il proprio impegno diretto nella sicurezza europea, più la Turchia diventa un partner indispensabile per gli europei. È il paradosso di un Paese in rotta sul terreno dello Stato di diritto, mentre avanza come potenza militare e geopolitica. In questo nuovo equilibrio la Turchia è vincente, mentre l’Europa è chiamata a confrontarsi con un crescente divaricarsi tra i propri principi e i suoi interessi strategici.

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