«Non possiamo più chiedere energia pulita e bloccare chi prova a produrla». Le parole sono di Emanuele Orsini, presidente di Confindustria. E i numeri che ha portato sul palco di SkyTg24 raccontano un’Italia paradossale: 147 GW di rinnovabili pronti, fermi in attesa di un’autorizzazione che non arriva. Di questi, 23 GW di solo fotovoltaico hanno già superato la valutazione ambientale. È più del doppio del parco fotovoltaico oggi installato. Energia pulita che potrebbe essere prodotta domani, bollette che potrebbero scendere, lavoro qualificato che potrebbe nascere nei nostri territori. E che invece resta sulla carta. A confermarlo c’è un dato preoccupante.
Secondo l’Osservatorio Fer di Anie e il Renewable Energy Report 2026 del Politecnico di Milano, nel 2025 le nuove installazioni rinnovabili in Italia sono diminuite per la prima volta dopo quattro anni di crescita, fino a -8% secondo Anie. Il fotovoltaico residenziale ha perso il 24%. La causa, dicono entrambi i report, è una sola: incertezza normativa e rallentamenti autorizzativi. Mentre questo accade, il governo annuncia il ritorno dell’atomo come «soluzione strategica», con una legge delega in arrivo entro fine anno. E notiamo anche che, più si guarda al nucleare del 2050, meno si vede che il gas, intanto, si sta accomodando per restare.
Ma vale la pena guardare qualche numero. Lo stesso Orsini, che è esplicitamente favorevole al nucleare, ha riconosciuto che «anche partendo oggi servono almeno dieci anni». Ma per l’Italia, che non costruisce un reattore da quarant’anni, gli analisti indipendenti parlano di 25-30 anni da oggi al primo kilowattora prodotto. Lo conferma Bankitalia nello studio «L’atomo fuggente»: il nucleare non avrebbe impatti significativi sui prezzi italiani prima del 2045-2050. E i costi? Secondo Lazard 2025, l’analisi di riferimento mondiale, il nucleare di nuova costruzione costa oggi tra 141 e 220 dollari per megawattora. Il solare tra 38 e 78. L’eolico tra 37 e 86. Il nucleare costa il triplo. E continua a salire: la Corte dei Conti francese ha appena rivisto al rialzo il programma EPR2, i nuovi reattori di Macron, portandolo da 51 a oltre 67 miliardi di euro, con la possibilità di superare i 100. Nello stesso periodo, il costo del fotovoltaico è crollato dell’80%, quello delle batterie del 90%, e continuano a scendere ogni anno.
La verità è che tra nucleare, rinnovabili ed efficienza non c’è partita. Lo dimostra la Spagna, che ha portato le rinnovabili al 55% del mix elettrico e ha deciso di uscire dal nucleare entro il 2035. Risultato: l’elettricità all’ingrosso costa la metà di quella italiana e le imprese spagnole pagano fino al 50% in meno. Madrid ha sbloccato gli investimenti, costruito accumuli, accelerato le autorizzazioni. E lo stesso Orsini lo ha riconosciuto: la Spagna ha bollette basse soprattutto grazie alle rinnovabili, non al nucleare. L’Italia, con la sua industria manifatturiera, anche bresciana, ha tutte le carte in regola per essere protagonista di questa trasformazione: siamo all’avanguardia nei sistemi di accumulo, negli inverter, nei motori elettrici efficienti, nell’automazione degli edifici, nelle pompe di calore, nel recupero del calore industriale.
Il Macse di Terna sugli accumuli è già attivo. Le filiere ci sono, le competenze ci sono, le imprese ci sono. Manca solo che il quadro normativo accompagni questa industria invece di rallentarla. Concentrare risorse, capitale politico e attenzione mediatica su una tecnologia che, quando e se arriverà, sarà già stata superata dalla maturità di rinnovabili, accumuli ed efficienza, significa rinviare di vent’anni le risposte che servono adesso. Ogni gigawatt di rinnovabili installato oggi abbassa il prezzo dell’elettricità oggi. Ogni intervento di efficienza riduce le bollette in modo strutturale. Lo dice Confindustria, lo dicono i numeri, lo dimostra l’Europa. Allora perché perdere tempo? La direzione giusta è già davanti a noi.




