La decisione del premier spagnolo Pedro Sanchez di dimettersi e di indire elezioni anticipate il 29 novembre apre una stagione elettorale europea che potrebbe consegnarci, nell’arco di dodici mesi, un’Europa completamente trasformata.
Il voto spagnolo conta almeno tre volte: per Madrid, per la socialdemocrazia europea e per gli equilibri politici dell’Unione. La Spagna sarà infatti il primo grande appuntamento elettorale di una sequenza a cui seguiranno le Presidenziali francesi e le elezioni politiche in Italia e in Polonia: in sostanza, i quattro Stati membri più popolosi dell’Unione, se si esclude la Germania, saranno chiamati alle urne. Ciò che sceglieranno i cittadini è destinato a pesare, e non poco, sul futuro prossimo dell’Europa in una fase delicatissima e al contempo molto turbolenta della politica internazionale, nella quale l’Unione è stretta nella tenaglia geopolitica dell’alleato riluttante americano e della pressione russa da est. Ripartendo da Madrid, è indubbio che dal 2018 a oggi Pedro Sanchez abbia dimostrato una capacità politica fuori dal comune.
Ha saputo navigare da una crisi all’altra, prima alleandosi con Podemos, depotenziandone le asperità movimentiste e prosciugandone in parte la base elettorale, grazie anche alla litigiosità interna alla sinistra spagnola oltre il Psoe. Poi, pur senza conquistare una maggioranza elettorale autonoma, ha costruito coalizioni ardite attraverso intese funamboliche con i vari gruppi autonomisti, dai baschi ai catalani, gestendo anche la delicatissima questione delle condanne per sedizione di alcuni leader indipendentisti.
Ha promosso politiche riformiste e inclusive, anche se non è sempre riuscito a tradurre in misure efficaci l’incoraggiante crescita economica spagnola. Non a caso, il problema abitativo, sul quale il suo esecutivo è stato battuto alla Moncloa, è rimasto fino a oggi irrisolto. La sua sfrontatezza divisiva e la sua abilità politica sono diventate nel tempo motivo di ostilità costante e crescente da parte della destra spagnola.
Frente a sus áticos, sus recortes y su servilismo a las élites, nuestro compromiso con la gente: vivienda asequible, servicios públicos y derechos sociales. España tiene que seguir avanzando y, para eso, necesitamos que la ciudadanía amplíe nuestra fuerza en el Parlamento. Toca movilizarse. Toca pelear. El 29 de noviembre vamos a hacer historia. Otra vez.
— Pedro Sánchez (@sanchezcastejon) October 5, 2026
I sondaggi odierni danno il Partito popolare e la destra radicale di Vox complessivamente attorno al 52%, mentre il blocco progressista si fermerebbe tra il 36 e il 38%. La bocciatura dei provvedimenti sulla casa, tema che attraversa l’intera società spagnola, ha offerto a Sanchez l’assist perfetto per tentare un nuovo recupero prodigioso attraverso le elezioni anticipate. Gli scandali che lo hanno lambito, la crisi di Ceuta, la gestione dei migranti e il rallentamento della crescita economica hanno infatti ridotto il consenso del Psoe attorno al 26%, mentre il PP viaggia intorno al 34%.
L’eventuale sconfitta elettorale di Sanchez ingolosisce non soltanto la destra spagnola, ma quella che, generalizzando, potremmo definire l’internazionale sovranista: un arco politico che unisce Trump a Vox, al Rassemblement National, passando per Fratelli d’Italia e Lega fino ai tedeschi di AfD. Il premier spagnolo, in questo momento di indiscutibile crisi della socialdemocrazia europea, è l’unico vero punto di riferimento della sinistra continentale. La danese Mette Frederiksen e la svedese Magdalena Andersson, pur appartenendo alla famiglia socialista, interpretano infatti un progressismo scandinavo molto più moderato, condizionato da situazioni contingenti nelle quali pesano la guerra ibrida, la sicurezza e società profondamente divise sul tema dei migranti.

A questo va aggiunto che Sanchez, a livello europeo, ha saputo ritagliarsi un ruolo strategico nelle nomine, facendo pesare il proprio sostegno alla maggioranza Ursula; mentre sul piano internazionale ha cercato di rappresentare la Spagna come un Paese autonomo rispetto alle bizze di Trump e politicamente schierato sulla questione mediorientale, appoggiando anche l’iniziativa sudafricana davanti alla Corte internazionale di giustizia contro Israele per la presunta azione genocidiaria a Gaza.
Battere Sanchez, dunque, non significherebbe soltanto riportare in Spagna un esecutivo di centrodestra: vorrebbe dire fiaccare l’attuale unico vero leader della sinistra europea. E questo ci porta direttamente all’ultimo livello di analisi, quello continentale di medio periodo. La fragile maggioranza Ursula su cui poggia l’esecutivo europeo nasce da un accordo tra Socialisti, Liberali e Popolari, con questi ultimi spesso tentati da intese con i Conservatori e con una parte del fronte sovranista, depurata dalla componente apertamente filorussa.
Se la Spagna è il primo appuntamento, nell’aprile del 2027 l’attenzione si sposterà sulle Presidenziali francesi, dove Marine Le Pen parte oggi da una posizione di vantaggio rispetto ai possibili avversari, anche se il vero contendente emergerà soltanto all’inizio dell’anno. Anche in Polonia gli equilibri sono diventati molto più incerti. Il premier filoeuropeista Donald Tusk deve già fare i conti con un presidente vicino all’area trumpiana e con una destra radicale che potrebbe diventare decisiva nella formazione della prossima maggioranza. Il voto italiano influenzerà a sua volta, e non poco, la politica europea: si tratterà di capire se il centrodestra si confermerà alla guida del Paese e quale peso avrà al suo interno anche Futuro Nazionale di Roberto Vannacci.
Senza dimenticare, infine, la Germania, dove il cancelliere Friedrich Merz, alla guida di una coalizione con la Spd, attraversa una fase di profonda difficoltà politica. Sono tutti segnali preoccupanti per le forze europeiste e una ragione in più per comprendere il peso specifico delle elezioni spagnole. Per questo il 29 novembre non voterà soltanto la Spagna. Una nuova remuntada di Sanchez restituirebbe alla socialdemocrazia europea un leader e alle forze europeiste un contrappeso all’avanzata della destra sovranista. Una sua sconfitta, al contrario, sarebbe il primo movimento di un domino elettorale che, passando da Parigi, Varsavia e Roma, potrebbe consegnarci tra un anno un’Europa politicamente molto diversa da quella di oggi.




