La lettera del consigliere Battagliola è argomentata e pacata: merita una risposta nel merito. Sono però le sue premesse a non reggere alla verifica dei fatti. Si sostiene che il Pride reclami con «proclami esasperati» prerogative «ormai ampiamente acquisite». Nulla di più falso (non vorrei mai che il generale Vannacci avesse sedotto anche il consigliere Battagliola). La Rainbow Map 2026 di Ilga-Europe colloca l’Italia al 36° posto su 49 Paesi: 24% di tutele riconosciute contro una media europea del 52%, quartultimi nell’Unione, sedici punti persi in dieci anni. Non siamo fermi: stiamo arretrando.
Nessuna legge sui crimini d’odio, nessun matrimonio egualitario, i figli di due madri o due padri in un limbo giuridico. Se i diritti fossero acquisiti, il Pride sarebbe una festa: nel 2026 è una manifestazione proprio perché acquisiti non sono. Si lamenta poi l’«uso strumentale e ideologico» del corteo. Ma chiedere diritti in piazza è politica per definizione: lo era Stonewall nel 1969, lo erano le piazze per il divorzio e lo statuto dei lavoratori.
Chiedere a una minoranza di sfilare senza rivendicare significa chiederle di non disturbare. E la parola «ideologia» serve a un’operazione antica: squalificare la posizione altrui spacciando la propria per natura, buon senso, normalità. Sulle bandiere palestinesi: i diritti umani appartengono alle persone, non ai regimi. Condizionarli alla qualità morale di chi comanda vorrebbe dire negare compassione ai civili iraniani, russi o afghani.
Nessuno in quel corteo ha rivendicato Hamas: si è chiesto che i bambini non muoiano. Del resto il movimento è intersezionale dalla nascita: Bayard Rustin, omosessuale, organizzò la marcia su Washington di Martin Luther King e proprio per questo fu tenuto ai margini. Chi ha conosciuto l’esclusione la riconosce altrove: non è incoerenza, è memoria.
Sul tricolore si può discutere dell’assenza, non del significato: la bandiera vera del Pride è l’articolo 3 della Costituzione, che assegna a tutti pari dignità sociale. Brescia, medaglia d’argento alla Resistenza e città di piazza della Loggia, lo sa meglio di altre: il patriottismo non si misura in metri di stoffa.
Il «cortocircuito logico» dei conservatori repressi in piazza non esiste: il Family Day ha riempito il Circo Massimo, il Congresso Mondiale delle Famiglie si è tenuto a Verona con patrocini istituzionali, la Marcia per la Vita attraversa Roma ogni anno. Critiche, non divieti. E la critica non è censura: la libertà di parola garantisce il diritto di dire, non quello di essere approvati.
Singolare, semmai, rivendicare lo status di minoranza perseguitata mentre si governa il Paese con una solida maggioranza. Il riferimento alla prima presidente del Consiglio donna scambia l’eccezione per la regola. I numeri dicono altro: occupazione femminile al 52,5% contro il 70,4% maschile, la più bassa dell’Unione europea; oltre sessantamila donne l’anno lasciano il lavoro dopo la nascita di un figlio. Che a Palazzo Chigi sieda una donna non ha cambiato, ahimè, una riga di questi dati.
Il passaggio più grave è quello sulla «geometria morale» che tacerebbe su violenze domestiche e stupri: qui siamo all’apoteosi della manipolazione. Chi organizza i Pride è chi riempie le piazze ogni 25 novembre, e sono stati femminismo e movimento LGBTQIA+ a dare un nome alla violenza domestica quando nessuno lo faceva: delitto d’onore e matrimonio riparatore abrogati solo nel 1981, violenza sessuale reato contro la morale pubblica fino al 1996.
Non è silenzio: è mezzo secolo di lavoro. E le «cause profonde» sono documentate: secondo l’Istat l’86,2% delle donne uccise muore in ambito familiare o affettivo e che nel 2025 62 sono state uccise da un partner o da un ex; per l’Eures l’autore è un uomo italiano in sette casi su dieci. Il pericolo, per le donne, non abita fuori casa: abita dentro. Nulla di tutto questo è «importato»: la genealogia dei nostri diritti civili è interna — Franca Viola nel 1965, il divorzio del 1970, il diritto di famiglia del 1975, la 194. Semmai, qualcuno tenta di mortificare qualcosa di nostro.
Resta la «kermesse autoreferenziale». A Campo Marte c’erano le vaccinazioni gratuite contro l’HPV dell’Asst Spedali Civili, l’interpretariato in lingua dei segni, uno spazio per i bambini: sanità pubblica e accessibilità, non circoli ovattati. Il vero cortocircuito è un altro: chiamare normalità il proprio privilegio e pretendere che chi non lo possiede lo domandi sottovoce. Un diritto si misura quando costa qualcosa, non quando è comodo. La libertà di chi ha sfilato sabato non sottrae nulla a nessuno, ed è tutto ciò che il Pride ha cercato di dire.



