Opinioni

Safe, prove tecniche di unione della difesa per l’Europa

Le necessità si fanno più impellenti: la difesa diviene un ingrediente della nostra integrazione, ossia della nostra libertà
Angelo Santagostino

Angelo Santagostino

Editorialista

I fondi Safe potrebbero incentivare un approccio condiviso alla difesa - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
I fondi Safe potrebbero incentivare un approccio condiviso alla difesa - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Il Governo italiano ha fatto un passo nel programma Safe. Con un certo ritardo rispetto a tanti soci nell’Ue. Safe sta, infatti, riscuotendo un buon successo presso gli Stati membri. Sinora sono in diciannove ad avervi aderito, presentando piani di investimento. Il plafond, da 150 miliardi di euro, è già stato per intero prenotato, ma le richieste vanno oltre. Ciò spiega il richiamo di Bruxelles a Roma ad accelerare i tempi.

I fondi Safe, solo nella fase iniziale oramai conclusa, potevano finanziare progetti esclusivamente nazionali, da questo maggio devono necessariamente includere almeno due Paesi membri. Una caratteristica indispensabile quando l’obiettivo è, appunto, il rafforzamento dell’industria europea. Tre Paesi svettano in cima alla classifica dei richiedenti. La Polonia è la prima, con 44 miliardi, seguono Romania con 17, Francia con 15. In fondo troviamo Spagna e Finlandia, ciascuna con un miliardo.

Varsavia, sulla via dei riarmo ci si è messa dall’indomani dell’invasione russa in Ucraina. Tra il 2020 e il 2025 (in base ai dati Eurostat) l’incidenza sul Pil delle spese per la difesa è cresciuta di 1,5 punti, passando da 1,4 a 2,9. In termini assoluti un raddoppio. Il ricorso al Safe è, dunque, un ulteriore tassello di una politica nella quale si riflette quanto le forti preoccupazioni per la sicurezza nazionale serpeggino in un Paese con 210 chilometri di frontiera con la Russia.

Il piano polacco, come del resto quelli degli altri paesi, è sì rivolto all’industria nazionale, tuttavia, come appena detto, le imprese coinvolte non possono prescindere dallo stabilire partnership industriali intra-Ue. Il principale appaltatore sarà il Gruppo Polacco degli Armamenti (Pgz), holding pubblica che riunisce oltre cinquanta aziende statali. È paragonabile alla nostra Leonardo. Il WB Group, la maggior impresa privata polacca, è stata coinvolta in numerosi progetti. In complesso circa 12.000 imprese trarranno beneficio dal programma.

Quanto alle partnership intra-Ue, il piano polacco guarda a Germania, Grecia e Romania. Con la rumena Amunicja, Pgz ha firmato contratti Safe per forniture munizioni per un valore di 3 miliardi di euro. Più in generale la Polonia mira a nuove capacità produttive nell’Europa orientale.

Donald Tusk, primo ministro polacco - Foto Epa/Wojtech Jargilo © www.giornaledibrescia.it
Donald Tusk, primo ministro polacco - Foto Epa/Wojtech Jargilo © www.giornaledibrescia.it

Veniamo alla Francia. Il punto di partenza della strategia Safe di Parigi non è diverso da quello di Varsavia: rafforzare i legami con le filiere produttive nelle quali è protagonista. Nei primi giorni di giugno, Francia e Germania hanno concluso un accordo sulla governance di Knds, gruppo nato dall’unione della francese Nexter e della tedesca Krauss-Maffei Wegmann. «Un passo decisivo verso il rafforzamento della loro sovranità condivisa in materia di difesa terrestre» si legge nel comunicato dell’Eliseo. Knds è, quindi, destinata a diventare uno dei principali beneficiari di Safe.

Come visto, la Finlandia non ha attinto granché al Safe. Dispone già di una avanzata industria della difesa, nella quale ha parecchio investito negli anni, ben prima del 2022, in virtù della sua posizione geopolitica. Insomma, ha anticipato molti degli investimenti per i quali altri Paesi stanno ricorrendo oggi al Safe. Il Safe si presenta, dunque, come un primo embrione di un’Europa della difesa, un incentivo a lavorare insieme nello sviluppo di sistemi per questo scopo.

Le necessità si fanno più impellenti. La difesa diviene un ingrediente della nostra integrazione, ossia della nostra libertà. Guardiamoci attorno. Guerra in Ucraina, guerra in Iran e dintorni. Ma ora queste due guerre rischiano di non essere più separate. L’attacco ucraino, nel Mar Caspio, a un cargo russo sulla rotta verso l’Iran, dice molto. Il conflitto si estende. Anzi si integra. All’integrazione della guerra, l’Europa può solo rispondere con una maggior unione.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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