«Ci sono oltre duemila anni di esperienza a dirci che l'unica cosa più difficile di far entrare un'idea nuova nella mente di un militare è farne uscire una vecchia», scrisse una volta Basil H. Liddell Hart, grande studioso britannico di guerre e strategia. Spesso i vertici degli eserciti tardano infatti a registrare l’impatto delle trasformazioni tecnologiche. Tendono cioè a conservare le vecchie dottrine, senza capire in tempo come le rivoluzioni tecnologiche cambino anche il modo di gestire l’intera organizzazione militare.
La polvere da sparo ha reso obsoleti i castelli. Il motore a combustione ha trasformato la cavalleria in un ricordo. L'aviazione ha riscritto la geografia della guerra. In ciascun caso, eserciti più numerosi sono stati sconfitti da avversari che avevano semplicemente capito prima cosa stava cambiando. Nel 1940, la Francia, pur disponendo rispetto alla Germania di un numero maggiore di carri armati, peraltro più avanzati di quelli tedeschi, non seppe concepire una dottrina all’altezza dei nuovi armamenti e fu sconfitta in poche settimane. Forse dovremmo iniziare a sospettare che qualcosa di simile potrebbe succedere anche domani, per una questione di costi e di organizzazione.
I due conflitti che hanno dominato le cronache degli ultimi anni (l'Ucraina e, più di recente, l’attacco all’Iran) sembrano fornire indicazioni almeno in parte simili. In Ucraina, sistemi dal costo di poche migliaia di euro hanno neutralizzato mezzi corazzati e infrastrutture del valore di milioni. Rispondendo all’attacco congiunto sferrato da Israele e Stati Uniti, l'Iran ha lanciato migliaia di missili e droni, colpendo radar e velivoli americani nonostante la schiacciante superiorità statunitense nei cieli. In entrambi i casi, i paesi aggrediti hanno ribaltato le previsioni, rivelandosi in grado quantomeno di resistere ad avversari sulla carta molto più potenti.
Francis Fukuyama ha sostenuto di recente che queste guerre evidenziano un cambiamento profondo nel rapporto fra potere aereo, tecnologia e costi. Le missioni storiche dell'aviazione militare erano soprattutto tre: quella strategica, contro obiettivi profondi nel territorio nemico (fabbriche e infrastrutture); quella operativa, contro le retrovie del campo di battaglia; quella di supporto tattico immediato, a fianco delle truppe impegnate nel combattimento. Sono soprattutto la prima e la terza, osserva Fukuyama, a essere già state trasformate radicalmente dai droni, mentre la dimensione operativa è oggi nella fase più acuta del cambiamento. Per esempio, un missile Patriot costa oltre quattro milioni di dollari, mentre un drone Shahed iraniano viene prodotto per meno di quarantamila, e in quantità molto maggiori. È lo squilibrio economico, più ancora della pura capacità tecnica, a ridefinire gli equilibri. Per decenni gli eserciti occidentali hanno scommesso su piattaforme sempre più sofisticate e sempre più costose: meno sistemi, ma eccellenti. Questo paradigma rischia di essere superato da una logica opposta: non pochi sistemi perfetti, ma moltissimi sistemi sufficientemente buoni, prodotti in serie e impiegati in sciami coordinati.

Un ulteriore elemento riguarda invece l’effetto moltiplicatore dell’Intelligenza Artificiale. Secondo Paul Scharre, vicepresidente del Center for a New American Security, gli Stati Uniti rischiano di perdere la competizione militare del futuro non per scarsità di risorse, ma per la lentezza nell'adattarsi. L'IA consente di coordinare sciami di droni, comprimere i tempi decisionali, individuare bersagli e adattare le operazioni in tempo reale. Chi integra meglio software, sensori e autonomia avrà un vantaggio che le sole risorse finanziarie non possono comprare.
Riferendosi agli Stati Uniti, Scharre osserva che il problema per Washington è soprattutto organizzativo. Gli Usa dispongono ancora delle migliori università, delle aziende di intelligenza artificiale più avanzate al mondo, di risorse economiche senza paragoni. Eppure, il Pentagono continua ad acquisire armamenti secondo procedure di approvvigionamento concepite per il Novecento: programmi pluriennali, piattaforme dai costi colossali, un sistema che premia la perfezione progettuale e penalizza la velocità.
Le considerazioni di Scharre valgono però, forse a maggior ragione, anche per l’Unione europea, alle prese con il progetto ReArm Europe (ora Readiness 2030), che incentiva gli Stati membri a spendere di più in campo militare. Andrebbe infatti tenuto presente che spendere non è sufficiente.
L’iniziale superiorità economica e tecnologica rischia infatti di contare sempre meno se non si accompagna alla capacità di aggiornare continuamente i propri sistemi durante il conflitto. Nella competizione tra le aziende di software, non vince chi ha scritto il codice migliore un anno fa, ma chi continua ad aggiornarlo ogni settimana. Proprio questa differenza descrive con precisione la distanza tra le macchine industriali-militari occidentali, americana ed europea, e la velocità che la nuova competizione richiederebbe. Se Stati Uniti e Unione Europea non riusciranno a riformare rapidamente i loro meccanismi di approvvigionamento e innovazione, potrebbero arrivare impreparati al confronto strategico con la Cina.
La storia delle rivoluzioni militari insegna che la finestra per adattarsi non resta aperta per sempre. Se gli avversari imparano a produrre e aggiornare enormi quantità di sistemi autonomi a basso costo, chi continua a investire prevalentemente in pochi sistemi sofisticati e costosissimi rischia di scoprire troppo tardi che non è più sufficiente solo disporre di armi super-tecnologiche.
Damiano Palano, direttore del Dipartimento di Scienze politiche dell’Università Cattolica de Sacro Cuore




