Gli italiani, ma del resto anche gli europei, giovani o anziani che siano, sono tutti convintamente pacifisti. Nel senso elementare del termine: aborriscono la guerra. Non c’è governo che li possa spingere a imbracciare le armi per qualsiasi guerra. È oggi un dato fin troppo scontato, ma non lo è stato per nulla fino a ottant’anni fa. Non c’è stata generazione pre 1945 che non abbia partecipato nel corso della propria esistenza a uno o addirittura a due conflitti armati. E spesso si trattava di guerre non di difesa ma di aggressione. Guerra hanno dichiarato i patrioti risorgimentali all’Austria-Ungheria. Guerra ha dichiarato l’Italia agli imperi centrali nel 1915. Non parliamo poi dell’Italia fascista: guerra portata in Spagna, in Etiopia, nel mondo intero.
L’aspetto più eclatante di rottura col passato in tema di guerra da parte degli italiani è che essi non sono più disposti a mettere in pericolo la vita nemmeno per la difesa del proprio Paese. Il problema era «di scuola» fino a tre anni fa. Si è proposto in tutta la sua tragicità quando il Vecchio continente si è ritrovato la guerra in casa, in Ucraina, e l’Ucraina è una porta aperta sull’Europa. Si è registrata da quel momento una spaccatura tra opinione pubblica e governi. Quest’ultimi, allarmati da un Putin che non nasconde la sua ambizione di ricostituire la vecchia Russia imperiale (e sovietica), si sono proposti di allestire un adeguato sistema di difesa e di deterrenza. La maggioranza dei cittadini, al contrario, si mostra invece ostile a qualsiasi programma di riarmo.




