Iran, Trump e l’attacco di terra: tutti i rischi del presidente

Trump manda nuove truppe nel Golfo, aggiungendo alcune centinaia di membri di forze speciali ai circa 50mila soldati già dispiegati nell’area. La grande maggioranza si trovava già lì prima del 28 febbraio, quando è stato lanciato l’attacco israelo-statunitense all’Iran. Nelle settimane successive ne sono state inviate alcune altre migliaia. Stiamo parlando di un contingente rilevante in termini assoluti, ma del tutto insufficiente per un’ambiziosa operazione di terra finalizzata a dare un colpo decisivo al regime iraniano.
Nell’invasione dell’Iraq del 2003, ad esempio, furono dispiegati circa 200mila soldati, 150mila dei quali statunitensi, in un Paese grandemente indebolito da un decennio di sanzioni, la cui popolazione era meno di un terzo di quella iraniana – 26 contro 93 milioni – e con una superficie equivalente a un quarto di quella dell’Iran (e una delle critiche mosse allora fu che si trattava comunque di una forza quantitativamente insufficiente per raggiungere i risultati auspicati).
A cosa servono allora questi soldati aggiuntivi? E perché il loro dispiegamento viene quasi esibito da Trump e dal suo Segretario della Guerra, Pete Hegseth? Tre sono, in grande sintesi, le risposte possibili.
La prima rimanda alla natura precipuamente simbolica dell’invio di nuove truppe nell’area del Golfo. La cui funzione è quella di rimarcare la risolutezza degli Stati Uniti, evidenziando la loro disponibilità a promuovere un’ulteriore escalation del conflitto. Risolutezza, questa, da utilizzarsi diplomaticamente nei negoziati in corso: come leva di pressione nei confronti degli (indiretti) interlocutori iraniani, ai quali si comunica appunto che gli Usa sono pronti ad alzare ulteriormente i costi di questa guerra. Riaffermare la credibilità dell’impegno statunitense serve in altre parole a minare il convincimento di Teheran che il tempo giochi a suo favore; a offrire una carta aggiuntiva in quel gioco diplomatico che sempre accompagna la fase bellica.
La seconda funzione è invece strettamente militare. E ha una natura primariamente difensiva, che si collega peraltro coerentemente alla presenza pregressa di così tanti soldati nei Paesi del Golfo. Ampliare questa presenza serve a meglio proteggere le installazioni militari statunitensi nella regione, uno dei bersagli privilegiati dei droni e dei missili iraniani. E serve anch’essa a riaffermare la credibilità di un impegno americano, oggi in una certa misura contestata: quello di garantire la difesa e protezione dei propri alleati nel Golfo, a partire ovviamente dall’Arabia Saudita.
La terza e ultima funzione rimanda anch’essa a logiche militari, in questo caso però offensive. Le truppe – in particolare forze speciali d’élite come i Navy Seals o gli Army Rangers – potrebbero essere utilizzate con funzioni mirate, per sabotare determinate infrastrutture iraniane ovvero per metterne in sicurezza altre, a partire da siti sensibili, come quelli dove è stoccato uranio arricchito. O, infine, potrebbero partecipare ad azioni particolarmente ambiziose (e pericolose), come la presa dell’isola di Kharg, l’hub fondamentale da cui parte più del 90% delle esportazioni di petrolio iraniano.

Anche in questo caso, però, la dimensione pratica s’intreccerebbe con quella più propriamente politica e simbolica, ché il successo di queste operazioni rafforzerebbe la forza negoziale degli Usa evidenziandone una volta ancora l’indiscussa superiorità operativa. Qualsiasi siano gli obiettivi, i rischi per Trump sono elevatissimi. Un insuccesso militare eroderebbe ancor di più una credibilità già minata; un’operazione, anche vittoriosa, ma con un alto numero di vittime tra i soldati statunitensi alimenterebbe un’opposizione alla guerra già oggi estesa e maggioritaria negli Usa; un successo parziale contribuirebbe all’estensione dell’escalation, non a una sua risoluzione. Estensione che sembra ora avvantaggiare più l’Iran che gli Stati Uniti, impegnati a cercare una via d’uscita da un conflitto intrapreso con grande leggerezza e senza valutarne appieno tutte le possibili conseguenze.
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