L’urgente necessità di recuperare il «noi»

Cinque anni fa, per arginare la pandemia, ci è stato imposto di cambiare radicalmente la nostra vita. Abbiamo dovuto rimodulare il lavoro, le relazioni familiari e sociali, la gestione della salute, l’educazione dei figli, la cura di noi stessi e della nostra comunità. L’Italia ha adottato misure di emergenza senza precedenti per contrastare la diffusione del Covid-19.
Sbigottiti e smarriti, abbiamo reagito riscoprendo proprio quel senso di comunità che temevamo ci fosse scivolato dalle mani. Lo abbiamo fatto aggrappandoci ai medici, agli infermieri e al personale sanitario. Li abbiamo definiti eroi. E ci siamo rincuorati affiggendo alle finestre striscioni con la scritta «Andrà tutto bene». Cinque anni fa, nello stesso giorno in cui per decreto ci veniva imposto di non uscire di casa, è iniziata aiutiAMObrescia, la raccolta fondi a sostegno della sanità bresciana che, in un anno, ha saputo dare risposte generose e immediate ai bisogni urgenti di ospedali e territorio. Gesti rapidi e incisivi che hanno fatto la differenza. Un’esperienza coinvolgente, eccezionale come lo era il tempo che stavamo vivendo.
A distanza di cinque anni è necessario fare memoria di quel periodo che credevamo indimenticabile. Si sa, tuttavia, che è proprio della natura umana rimuovere i traumi. Un comportamento sano e adattivo per ridurre la potenza emotiva dei ricordi che non dovrebbe, tuttavia, portarci alla rimozione della pandemia. Invece, in parte, è quello che sta accadendo.

Rimuoverla, a livello individuale, vuol dire offendere le migliaia di persone che sono decedute a causa del virus e, anche, le migliaia che sono rimaste senza il conforto dell’ultimo saluto ai loro cari. Eppure, si percepisce quasi un fastidio nel rievocare quei giorni di dolore. Un insano rigetto. Rimuoverla significa, anche, aver trasformato medici, infermieri e personale sanitario da eroi a imputati di un’organizzazione sanitaria che, di certo, presenta forti criticità ma le cui responsabilità sono da ricercarsi altrove. Nei giorni dello smarrimento è emersa la fragilità di un sistema che, negli anni, si era concentrato soprattutto sul rafforzamento degli ospedali impoverendo i territori.
Ed oggi? Il rischio, fondato, è che le promesse di potenziamento restino incompiute, vanificando le lezioni apprese durante la pandemia. Non solo una questione medica, nel 2020 si è verificata la più profonda frattura sociale registrata nel nostro Paese negli ultimi ottant’anni. La nostra impotenza di fronte al virus ha svelato la debolezza della condizione umana, incapace, poi, di comprendere il doloroso insegnamento sulla salute pubblica che il Covid ci ha lasciato in eredità.
Certo, molte e significative crepe esistevano già prima della pandemia. Dal 2020 si sono allargate causando una sfiducia nelle istituzioni in generale, e in quelle sanitarie e scientifiche in particolare, ma anche un venir meno di quello spirito di comunità che ci aveva permesso di rispondere tutti insieme, subito e con generosità, all’emergenza che stavamo vivendo. Crepe che hanno acuito la frattura del patto sociale che potrà essere certo ricomposta, non senza fatica, in un processo di elaborazione e sintesi in cui si tenda ad un nuovo modello di sviluppo che rimetta le persone al centro e che sappia gradualmente far riconquistare fiducia nella medicina, nella scienza e nella politica.
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