Cosa serve alla scuola prima dei metal detector

In seguito al tragico fatto di cronaca accaduto all’istituto professionale «Chiodo-Einaudi» di La Spezia in cui è morto uno studente diciottenne accoltellato da un compagno diciannovenne, il ministro Valditara ha proposto l’uso di metal detector da installare nelle scuole che presentano particolari problematicità, su richiesta del dirigente scolastico d’intesa con il prefetto.
Se ne può discutere, a patto che si definiscano meglio le condizioni di applicabilità di una proposta di questo tipo. Infatti, davanti a eventi così drammatici il ricorso a misure sempre più restrittive o repressive appare quasi una reazione pavloviana e la politica scolastica dell’attuale ministro si caratterizza spesso in questo senso (basti pensare al decreto Caivano, al divieto di uso degli smartphone in classe, all’inasprimento delle sanzioni disciplinari nei confronti degli studenti e altro ancora).
Si corre il rischio, in tal modo, di confondere la scuola con una caserma o un aeroporto, e soprattutto di dimenticare che la funzione istituzionale fondamentale della scuola è quella della cura dei processi di formazione e istruzione delle giovani generazioni.
A questo riguardo, se il ministro volesse contribuire in modo significativo a dare maggiore autorevolezza ai docenti e alle scuole (come spesso ama ripetere), anche al fine di prevenire che accadano eventi come quelli di La Spezia, potrebbe mettere in atto politiche scolastiche a forte impatto sociale e formativo, con conseguenti riverberi anche sulla sicurezza e sul benessere degli studenti e del personale scolastico.
Una prima misura riguarda l’innalzamento delle retribuzioni di chi lavora a scuola. In un sistema socio-economico come il nostro, una bassa retribuzione equivale a conferire basso valore al prestatore d’opera e dunque uno scarso riconoscimento sociale e scarsa autorevolezza.
Un secondo aspetto riguarda la numerosità delle classi; un sovraffollamento delle classi (anche senza arrivare alle cosiddette «classi pollaio») determina una maggiore difficoltà da parte dei docenti a mettere in atto interventi personalizzati e a cogliere e gestire situazioni di disagio degli studenti. Il ministro ha dichiarato recentemente che il numero degli studenti per classe non incide sui risultati scolastici.
In realtà questa è una mezza verità: occorre infatti considerare la variabilità nella composizione delle classi. In Italia le classi presentano un alto livello di eterogeneità in quanto vengono accolti (giustamente) studenti con disabilità o bisogni educativi speciali, studenti provenienti da contesti migratori o da famiglie con gracilità di vario tipo, e altre tipologie di studenti con problematiche variamente connotate.
Tutto ciò crea una oggettiva complessità nella gestione della classe e nella cura dei processi di apprendimento. Una diminuzione del numero degli studenti per classe potrebbe consentire una didattica più personalizzata e intercettare per tempo le difficoltà anche emotive degli allievi.
Un terzo aspetto concerne proprio il supporto emotivo e psicologico da offrire agli studenti all’interno del contesto scolastico, particolarmente necessario nel passaggio dalla pubertà all’adolescenza e soprattutto in tema di educazione socio-affettivo-sessuale, la cui impostazione del disegno di legge in discussione in Parlamento è quanto di più burocratico si possa immaginare con la previsione del «consenso informato» da parte dei genitori, come se l’azione formativa della scuola in questo campo potesse danneggiare la salute degli studenti.
In realtà bisognerebbe ulteriormente potenziare il supporto già fornito dai docenti, allestendo sportelli permanenti di sostegno emotivo e psicologico, con la presenza di esperti del settore, inseriti a pieno titolo nell’organico della scuola e non in modo episodico. Anche questa misura potrebbe agire da prevenzione rispetto alla manifestazione di condotte sociali aggressive o disfunzionali.
E infine, un ulteriore intervento riguarda la necessità di concepire le scuole come centri di incontro sociale, culturale e sportivo, garantendo l’apertura pomeridiana in modo strutturale e con personale e finanziamenti definiti e non una tantum. In tal modo la scuola si porrebbe come alternativa alla solitudine cui spesso sono relegati i giovani, anche se perennemente collegati in rete.
E i metal detector? Come ho detto sopra, se ne può discutere, ma una volta realizzati tutti questi interventi. Al di fuori di questa prospettiva, la proposta si configura come mero slogan ideologico.
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