Quando si avvicinano le elezioni, rispunta uno tra i più efficaci strumenti di propaganda politica, il Qual è lo stato di salute del non profit italiano? E al suo interno come si configura il contributo della cooperazione sociale?
Per iniziare a fornire le prime parziali risposte a tali quesiti, di recente, Istat ha diffuso i risultati preliminari della Rilevazione multiscopo collegata al Censimento permanente delle istituzioni non profit – anno 2024. I dati riguardano aspetti di particolare rilevanza, quali: l’orientamento mutualistico o solidaristico e i destinatari delle attività; le finalità, il ruolo svolto per il benessere degli individui e delle comunità e verso categorie fragili e/o vulnerabili; il grado di digitalizzazione raggiunto e le tecnologie digitali adottate; le reti di relazione strutturate dalle istituzioni non profit con i diversi stakeholder e le loro modalità di coinvolgimento.
Alla luce delle informazioni raccolte emerge che le istituzioni non profit attive in Italia sono 368.367 e impiegano 949.200 dipendenti. Rispetto al 2019 si registra un incremento pari all’1,6 per cento delle istituzioni e al 10,1 per cento dei dipendenti. Delle circa 368mila istituzioni della galassia non profit (comprendente anche fondazioni, associazioni, Ong) 14.344 sono cooperative sociali. Un dato in diminuzione del 4 per cento rispetto al 2021 che tuttavia si registra in una fase che vede aumentare il fatturato complessivo e il numero di occupati del settore.
Negli ultimi anni, infatti, da una parte, si sono registrati processi di aggregazione e fusione (oltre che la comparsa di altri tipi di imprese sociali) e dall’altra parte l’aumento dell’anzianità media e della complessità delle cooperative esistenti (si pensi all’aumento delle organizzazioni con oggetto plurimo di tipo A e B) ha anche portato ad accogliere all’interno di essi istanze che in passato sarebbero forse sfociate nella costituzione di nuove realtà.
Un tema rilevante è la connessione tra le cooperative sociali e i bisogni (vecchi e nuovi) del tessuto sociale, e quindi in ultima istanza il contributo della cooperazione sociale al funzionamento del welfare territoriale. Dal censimento emerge che l’86,3 per cento delle cooperative sociali italiane ha come mission il sostegno e il supporto di soggetti deboli e/o in difficoltà, in circa il 50 per cento dei casi a tale mission si aggiunge quella connessa alla promozione e alla tutela dei diritti e in un caso su cinque la cura e lo sviluppo dei beni comuni. Pur in presenza di aspetti critici, questi dati mostrano come la cooperazione sociale continui ad essere una delle anime del welfare locale italiano.
Essa, in molti casi, è inoltre portatrice di logiche di intervento che si basano su un principio dell’et-et essenziale per un welfare davvero capacitante. In base ad esso la soddisfazione dei bisogni sociali, assistenziali e socio-sanitari non può essere separata dall’attenzione alla rigenerazione dei legami comunitari. Da qui l’enfasi sulle dinamiche di empowerment e di capacitazione volte a rafforzare la resilienza individuale e comunitaria.
Nonostante le difficoltà interne ed esterne al settore, i dati Istat mostrano una sostanziale tenuta del modello cooperativo del nostro Paese che, tuttavia, nel prossimo futuro sarà chiamato ad affrontare sfide importanti, non solo di tipo tecnico-organizzativo ma anche sul piano identitario dovendo sempre più conciliare l’incremento dei bisogni territoriali con la partecipazione e la ricerca di livelli crescenti di sostenibilità.




