Opinioni

La bolla dei concerti-monstre è scoppiata: e così il live perde senso

Ormai la musica è soggiogata alla dittatura dei numeri, anche quando si tratta di esibizioni dal vivo: conta la quantità, l’esserci, il farlo sapere
Antonio Borrelli

Antonio Borrelli

Giornalista

Il concerto di Ultimo a Tor Vegata - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Il concerto di Ultimo a Tor Vegata - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

La bolla è scoppiata. Il record di Ultimo – 250mila biglietti venduti – ha solo aperto il vaso di Pandora. Non c’è solo la narrazione sul più grande concerto italiano di sempre, la celebrazione del protagonista, l’ebbrezza collettiva di una musica che vive una presunta età dell’oro. Nelle coscienze di tanti ora cresce un germe che è un allarme: quello del gigantismo dei concerti.
Arene, prati, ippodromi e autodromi, stadi, spianate d’ogni tipo. Tra concerti e festival, la dittatura dei numeri primi ha preso piede anche nella dimensione dal vivo. Conta la quantità, conta l’esserci, conta farlo sapere.

Eccolo uno dei sintomi più evidenti della cultura algoritmica contemporanea. Ma il successo dei concerti-monstre non è soltanto una questione di numeri. Dietro l'espansione dei grandi eventi si nasconde una trasformazione profonda del rapporto tra musica, pubblico e spettacolo: il live diventa un dispositivo perfettamente pianificato, costruito per soddisfare aspettative e metriche, mentre l'esperienza artistica lascia progressivamente spazio alla certificazione sociale dell'esserci.

Token, pit, schermi, merchandising a prezzi folli, birre a dieci euro, code ai bar, code ai bagni, code ovunque. E poi centinaia di metri di distanza dal fulcro dello spettacolo. Un inferno culturale dove la musica diventa elemento secondario (anche perché l’etere distribuisce in maniera disomogenea i decibel) e dove il capitalismo ha fatto tombola.

Eppure da anni si era capito che l’imperio degli eventi stava trasformando i concerti in ciclopici villaggi turistici temporanei, non-luoghi dediti alla produzione di intrattenimento nel rispetto di un rigido design geografico e biometrico, nei quali cioè spazi e comportamenti subiscono una codifica che non ammette infrazioni né sconfinamenti. Ora tutto questo pare universalmente accettato.

A Tor Vergata c'erano 250mila spettatori - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
A Tor Vergata c'erano 250mila spettatori - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

C’è anche un’altra faccia: secondo la Siae nel 2025 i concerti nei non-luoghi sono stati lo 0,4% di tutti gli spettacoli di musica nel nostro Paese e lì si è concentrato il 20,3% del pubblico e il 35,6% della spesa. Non è un caso che con la crescita del gigantismo live si assiste ad una desertificazione dei piccoli festival e della musica dal vivo nei locali – ovvero quegli spazi fisici che non solo permettono a intere generazioni di musicisti di crescere e di trovare la propria identità ma che rappresentano oasi culturali nel Sahara della musica. Nel Bresciano, che pure ha perso tanto in questi decenni, ne resistono diverse.

Se ne fanno portatori sani alcuni eventi autentici come il 4/qUARTI a Brescia, il Primo Maggio di Leno, il sOMEnfest e il Diluvio Festival a Ome, rientra in questa forma di resistenza la stessa Festa di Radio Onda d’Urto. Qui non c’è mai marea umana, qui il valore non sta nella sola potenza aritmetica.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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