Opinioni

La forza dei Comuni per l’Europa: dal basso rinasce la democrazia

«La concretezza dei sindaci può rilanciare l’Europa» è la dichiarazione emersa dal Forum sul Mediterraneo, tenuto qualche giorno fa a Matera
Claudio Baroni

Claudio Baroni

Editorialista

La bandiera dell'Unione Europea
La bandiera dell'Unione Europea

L’idea non è nuova, ma nuove potrebbero essere le formule e le implicazioni. Nuove sono le sfide. Partire dal basso, dalle esigenze concrete delle comunità locali. E da qui, puntare sulle nuove generazioni, affrontare le disuguaglianze economiche, riscoprendo la dimensione etica della democrazia.

Lo scrive Robert Putnam, il decano dei sociologi dell’Università di Harvard. Lo rilancia ora, di fronte alle convulsioni dell’Occidente e della sua America. Ma lo va dicendo da più di vent’anni, dal saggio «The Upswing» – la ripresa, o meglio il rialzarsi – che è uscito nel 2000. L’idea non è nuova.

Alexis de Tocqueville, scrivendo proprio della Rivoluzione americana (quella dei 250 anni straziati da Trump) sosteneva che i Comuni sono «il fondamento della libertà e della democrazia». Tocqueville condivide con Giorgio La Pira, il mitico sindaco di Firenze, il celebre aforisma: «Gli Stati li hanno fatti gli uomini, i Comuni li ha creati Dio».

Giorgio La Pira sosteneva che i Comuni sono «la cellula fondamentale della democrazia». Non deve quindi sorprendere se proprio La Pira viene citato al Forum sul Mediterraneo, tenuto qualche giorno fa a Matera, con una dichiarazione netta: «La concretezza dei sindaci può rilanciare l’Europa». Si può fare?

Giorgio La Pira a metà anni Sessanta - Archivio Ansa
Giorgio La Pira a metà anni Sessanta - Archivio Ansa

Nel quadro tormentato della politica italiana, più volte è venuta la tentazione di creare «partiti dei sindaci». Spesso per trovare scorciatoie verso l’uscita di crisi di qualche parte politica, più a sinistra che a destra. Ad interessare dovrebbe essere, piuttosto, la concretezza dell’amministrazione quotidiana, anche quando si misura con sfide strutturali e non congiunturali.

Ambiente ed energia, immigrazione e sicurezza, rivoluzione tecnologica e sostenibilità. Qualche esempio, a ben guardare, si trova... Ma anche fronti di più ampio respiro possono vedere i Comuni protagonisti, quelli dei rapporti internazionali, della diplomazia e della pace. La Pira volava alto, quando nel suo discorso all’apertura del primo Colloquio mediterraneo, ottant’anni fa, sosteneva che esiste una «diplomazia dal basso», tutta giocata dalle città che diventano protagoniste per favorire il confronto e il dialogo «anche quando gli Stati sono in conflitto».

La Pira per i Comuni sognava persino una dimensione spirituale e descriveva il Mediterraneo come «un grande lago di Tiberiade». Oggi faremmo fatica a seguirlo. Ma una serie di rapporti sottotraccia – a rete, come va di moda dire – possono essere costruiti dalle città. Non tanto in gemellaggi folcloristici o in eventi occasionali, ma intessuti nel tempo. Le città possono creare rapporti che aggirano le barriere ideologiche e nazionalistiche, forse persino quelle geopolitiche, con uno spirito di cooperazione e pace.

Esempio interessante è quello di Eurocities, la rete che riunisce le principali città del continente per promuovere una cooperazione urbana, ma anche per influenzare, se non indirizzare, le politiche dell’Unione Europea. Nata nel 1986, Eurocities – attualmente è presieduta da Dario Nardella, già sindaco di Firenze (La Pira ha lasciato il segno) – aggrega oltre duecento città di 38 Paesi. Basterebbe dire che sotto le sue insegne ci stanno più di 150 milioni di cittadini.

Ne fa parte anche Brescia, dal 31 maggio 2024. Eurocities ha un piano strategico decennale, con sei linee guida, che vanno dall’inclusività all’economia, dalla mobilità agli spazi pubblici, dalle prospettive future alle sfide globali. Le amministrazioni locali si misurano ogni giorno, in maniera diretta, con i problemi e le esigenze dei cittadini ed hanno la tendenza a superare le questioni ideologiche in favore di progetti realizzabili.

Così accade che sindaci e amministratori, anche di parti politiche contrapposte e avverse, non si fermino – per restare a questioni di stretta attualità – agli slogan sul Piano casa, ma si chiedano: quante risorse nuove ci sono davvero? Chi paga cosa? I sindaci si sentono fra loro, si confrontano. Hanno la concretezza operativa, quando parlano di «rigenerazione urbana» o di alloggi popolari. Accade che la sicurezza non diventi una clava da usare nell’incessante clima da campagna elettorale, ma questione di dati e mezzi, di percezione diffusa fra i cittadini.

Un convegno a Genova ad aprile, un Forum a Milano a fine giugno, prima ancora un altro incontro a Modena... E le indicazioni che emergono sono concrete, dirette, risultato di chi deve fare direttamente i conti con i cittadini. Dai territori possono giungere anche progetti concreti e realistici di gestione del fenomeno migratorio: il Bresciano, con le sue campagne e le sue imprese, le sue scuole e i suoi servizi, potrebbe offrire elementi solidi di valutazione. Anche l’Anci, l’associazione dei Comuni italiani, ha belle iniziative da presentare. Sul tavolo ha progetti su accoglienza e integrazione, sulla trasformazione digitale, sul partenariato pubblico-privato, sui piccoli Comuni e le aree interne...

In tempi di centralismo da premierato e regionalismo identitario, i Comuni hanno l’ampio spazio della realtà da percorrere. Il peso politico e sociale delle città quasi sempre viene misurato elencando quanti sindaci sono diventati leader nazionali, premier e presidenti. Ma non ci si può fermare a questo. Il sindaco che emerge è come la punta dell’iceberg di un fenomeno che andrebbe visto dal basso. Provare a ricostruire il valore partecipato della politica partendo dai luoghi che sono abitati e vissuti. Insieme.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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