Il centrosinistra verso il 2027: il recupero del modello ulivista

Per puntare ad una possibile vittoria il Pd e i suoi alleati sono chiamati ad affrontare alcuni passaggi ineludibili a partire dalle proprie debolezze, in primis le ricorrenti discordie in cui si dibattono
Elly Schlein - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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All’indomani delle regionali conclusesi sul piano meramente numerico con un pareggio – Veneto, Marche e Calabria al centrodestra, Toscana, Campania e Puglia al centrosinistra – da più parti si è sostenuto che la possibilità di una affermazione dello schieramento oggi all’opposizione del Governo non sia un’ipotesi peregrina e fuori dalla realtà, ma una possibilità con chanches concrete di realizzazione alle consultazioni del 2027.

Al di là del fatto che la politica odierna annovera rapidi cambiamenti di scenario, una pura illusione o una prospettiva con qualche fondamento? Non si tratta evidentemente di scomodare gli aruspici, ma di attenersi ai dati di fatto, per le forze che si propongono come alternativa al centrodestra soprattutto di attrezzarsi in modo adeguato.

Peraltro potrebbe verificarsi una variabile, attualmente solo teorica, una modifica delle regole del gioco, vale a dire il cambio della legge elettorale che scombinerebbe le carte in mano ai contendenti.

Sic stantibus rebus, tuttavia alcune valutazioni si possono fare. Anzitutto come emerge da analisi condotte da autorevoli istituti di ricerca, mentre nel 2020, quanto alle sei regioni appena andate al voto, il centrodestra sopravanzava i propri competitori - 45 % contro 43,2 % -, nel 2025 i candidati presidenti del «campo largo» finalmente unito vincono complessivamente il confronto con i propri avversari con il 49,8% dei voti contro il 46,4%. Un altro riscontro è pure interessante e riguarda i due partiti maggiori dei rispettivi schieramenti.

Per ovvie ragioni – l’ascesa di Giorgia Meloni e il successo del suo partito – il raffronto va fatto non con le precedenti regionali, ma con le europee del 2024. Ebbene Fratelli d’Italia accusa un decremento di circa nove punti percentuali, mentre il Pd guadagna posizioni significative.

Dunque, nell’ambito di una conferma degli assetti bipolari del sistema politico, un indubbio sommovimento che peraltro coinvolge anche i minor party delle coalizioni, rendendo così molto incerto l’esito delle politiche del 2027. I dati numerici sono comunque un aspetto di per sé non risolutivo se pure, almeno parzialmente, indicativo quanto ad una competizione sino a ieri data per scontata a favore del centrodestra.

È sul versante più propriamente politico che la partita dovrà essere giocata. A mio avviso con particolare riguardo alla vasta area dell’astensionismo, là dove almeno in parte gli elettori «intermittenti» potrebbero decidere di muoversi dal loro parcheggio e recarsi alle urne.

A fronte di un centrodestra che, pur tra momentanei sussulti, ha garantito stabilità e continuità – un’alleanza durata per più decenni –, il compito del «campo largo», meglio sarebbe se fosse anche il più possibile «aperto», si rivela assai arduo e irto di possibili inciampi: ad esempio il referendum della primavera prossima, per inciso propriamente sullo sdoppiamento del Csm più che sulla separazione delle carriere, o lo stravolgimento del Rosatellum a vantaggio del centrodestra.

Per puntare ad una possibile vittoria il Pd e i suoi alleati sono chiamati ad affrontare alcuni passaggi ineludibili a partire dalle proprie debolezze, in primis le ricorrenti discordie in cui si dibattono. Del tutto inutile creare lacerazioni quanto alla individuazione anzitempo della candidatura a premier, anziché lavorare alla definizione di un progetto politico e di una piattaforma programmatica con la quale proporre un futuro per il Paese sulla base di ben precise priorità: una sorta di costituente alla quale chiamare le energie e le intelligenze più vive della cultura e della società, ben al di là del recinto dei partiti.

E ancora: procedere nella direzione di un allargamento dell’attuale alleanza attraverso uno sforzo di sintesi abilitato a interpretare aspettative e interessi oggi non rappresentati dal «campo largo», a dare rappresentanza a forze, tanto laiche che cattoliche, oggi minoritarie, ma indispensabili a sconfiggere il centrodestra, ad intercettare bisogni e domande di settori sociali in forte sofferenza e sulla via della radicalizzazione.

Infine un impegno vigoroso per l’integrazione europea che significa sviluppo economico, modernizzazione, opportunità per il sistema delle imprese, competitività sui mercati internazionali, contenimento e ostacolo alle pulsioni imperiali delle attuali leadership americana e russa. Sullo sfondo l’esperienza del primo «Ulivo» di Prodi: «un’alleanza politica di governo» tra le formazioni partitiche e le realtà civiche dalla cultura liberale, democratica, progressista, ambientalista.

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